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Lettre 153, du Vicomte de Valmont à la Marquise de Merteuil: «[…] le moindre obstacle mis de votre part sera pris de la mienne pour une véritable déclaration de guerre: vous voyez que la réponse que je vous demande n’exige ni longues ni belles phrases. Deux mots suffisent.»

Réponse de la Marquise de Merteuil, écrite au bas de la même lettre: «Hé bien! la guerre.»

Quando lessi per la prima volta queste righe tratte da un romanzo di cui credo di aver abbondantemente e mai esaustivamente parlato (vedi qui) balzai sulla sedia: la dialettica, la possibilità di discutere, di cercare una verità attraverso il dialogo non più come valore, valore troppo spesso minato dalla menzogna, dalle imposture; ma una vera e propria guerra. Scambiarsi delle opinioni è la guerra. E la Rete a questo ci ha adeguatamente abituati. Ognuno di noi scrive o ciancia, sui blog e sugli asocial network, emette opinioni e spara cazzate al riparo da ogni confronto: perché quello suscita guerra appunto. C’è da aggiungere, a dire il vero, che quelle che si spacciano su Internet 9 volte su 10 non sono opinioni suffragate da argomenti, ma idiozie. E anche questo non aiuta a delineare un dialogo sano. Io posso pure esercitare intelligenza, ma se dialogo con un idiota non ne verrà fuori niente, solo strage di buon senso. Per me, cui On liberty di J.S.Mill ha insegnato che tutte le nostre convinzioni più radicate devono poggiare la loro salvaguardia sempre in un invito costante a tutto il mondo a dimostrarle infondate, si tratta, com’è immaginabile, del polo opposto e contrario. Da un lato la volontà di scrivere una verità, sapendo che da quella si arriva alla libertà, dall’altro le macerie della guerra, gli sfaceli e la distruzione di ogni cosa.

Naturalmente, la guerra, la guerre doveva esercitare il suo volgare fascino su di me, lontano e contrario ai dogmatismi e alle chiusure mentali. A chi si domanda e a chi avanza fabulose ipotesi sul nome da me scelto come URL di questo blog, ecco servita la ragione.

C’è però un’altra ragione, non meno importante, per certi versi anzi fondamentale. Intorno all’epoca in cui questo blog nacque, da anni e per anni non si parlava che di una cosa: della guerra. La guerra, quella che io ritenni e ritengo ancora oggi la vera e propria seconda guerra mondiale della nostra epoca, era la guerra in Iraq. C’era stato, dopo il settembre 2001, l’attacco allo sventurato Afghanistan, colpevole soltanto di avere troppi e comodi fori nelle montagne in cui ospitare terroristi – poi, come ognuno di noi sa, Bin Laden stava comodamente nascosto nei fori delle montagne del Pakistan. Nel 2002 gli USA di Bush il piccolo iniziarono a far circolare la volontà di andare a esportare la democrazia in Iraq, accusato di possedere armi chimiche e batteriologiche – poi, come ognuno di noi sa, queste armi non sono mai state trovate, né la democrazia ha mai attecchito con gli yankee in Iraq. Nel 2003 la guerra inizia, nonostante tutte le piazze del mondo occidentale straripassero di cittadini che la guerra non volevano; nonostante tutti gli analisti, i politologi, gli storici, che annunciavano sventure da questa guerra, per la destabilizzazione totale dell’area mesopotamica; nonostante l’ONU e il veto della Francia del buon vecchio Chirac. La guerra scoppiò, l’Europa si spaccò, Saddam scappò. Comunque vada, sarà un disastro – era la frase che tutti ci ripetevamo; poi, come ognuno di noi sa, così sarebbe stato. Violazione dei diritti umani, distruzione di reperti della più antica civiltà del mondo, inganni, violenze, rapimenti, patriottismo da quattro soldi, un paese fatto a pezzi, precipitato nel caos, il nostro paese preda di imbecilli, l’America preda di furfanti, il vecchio continente sfregiato, il terrorismo islamico trionfante: e tutto questo live, in diretta h24, in una sorta di orwellismo da operetta; più grave ancora, fuori da noi. La guerra, sì. Ma non la guerra come noi ci siamo sempre immaginati, con le bombe che piovono dal cielo e l’antifascismo che nasce nella desolazione: non per noi, di sicuro; per gli iraqeni forse. La guerra come un videogioco, e noi lì, avvinti, manovrati, rintronati dalla propaganda. La guerra come pace, stato di continua routine; alla tv, impiccagioni e membra fatte a pezzi dietro al parmigiano da spolverare sulla pasta. La guerre, questa guerra che ci pareva non dover finire mai, e che appunto non è mai finita (dopo l’Iraq il Libano; dopo il Libano è divampata di nuovo in Afghanistan; e poi la Libia, la Siria, la costante minaccia all’Iran, che prima o poi si realizzerà; ed è di queste ore il contrasto con la Corea). La guerra, nuova, televisiva, infinita, è il segno del nostro tempo. Imparare a riconoscerlo ci farà diventare operatori di pace?

Ditemelo sinceramente, senza giri di parole o grandi frasi; non ponete locuzioni di circostanza e massime ipocrite. Due parole basteranno. Le risposte che vi domando, come vedete, non hanno bisogno né di lunghe né di belle frasi. Qualunque ostacolo linguistico, da parte vostra, nei confronti di me, potrei considerarlo come una vera e propria dichiarazione di guerra.

Francesco Affronti scrisse___________________________________________

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