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Caro,

tu sai che io scrivo per mettere ordine nel caos che governa la mia vita. No, diciamolo, non sono scrittore per il piacere di scrivere, né – anche – per principio desidero intrattenere la tua mente: è che se voglio dare forma al macello scelgo di farlo in relazione alla persona che meglio sa leggermi tra le pieghe – e le piaghe – delle righe. Sì, sono soprattutto piaghe, anche se il sangue non si vede su questo bianco e su questo inchiostro digitale. Non si vedrebbe nemmeno altrove, a meno di non essere particolarmente acuti. E quello tu lo sei. C’è niente da fare.

Obama-a-RomaOggi Obama in Italia, Roma parata a festa, politici, cattolici ed escort sguinzagliati come cani a far le feste a Mamma America. Forse c’erano anche donne che lanciavano fiori dai balconi mentre passavano gli Alleati, ma non so, mi sembra che quella fosse un’altra occasione. Mi confonde la pioggia, che vuoi.

… Piove dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti eccetera.

Sì, insomma, piove. E non aiuta, checché ne possano pensare poeti e autunniveri da strapazzo. Semmai, me, mi confonde ancora di più. C’era quella strana ragazza che ci faceva ridere, quella che diceva – tra le altre cose – che quando piove non apriva l’ombrello, perché ci vedeva meno ancora. Ecco, ennesimo ghiribizzo del fato e del tempo, oggi la capisco. E me ne guardo dal ridere. Seppure… Forse bisognerebbe proprio riderne.

Piove e non so quel che vedo, quel che faccio, quel che penso. Rigorosamente parlando, non penso proprio a niente. C’è una spina conficcata da qualche parte nell’anima, che punge; e vorrei gridare, agitarmi, consumarmi nel fuoco e poi posare, chiudendo gli occhi come un bambino stanco. Invece mi muovo come un automa, guardo, apro la bocca, taccio. E nel silenzio perdo me stesso, e non sono nemmeno capace di osservare e giudicare. Forse è solo la pioggia. Forse è il desiderio di stupori orientali, che non so immaginare. Forse, semplicemente, è la vergogna della noia che provo, e che nessun sole riuscirebbe mai a togliermi di dentro.

Ti saluto, mio caro. Ho scritto peggio del solito, e il caos è rimasto uguale. S’è solo abbassato: che comunque non è poco. Scrivere significa tradire, ma anche tradirsi. Ti abbraccio forte. Servo tuo, ecc.

F.A.

5 thoughts on “Lettera a un amico lontano (3)

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