Home

Qualche tempo fa mi colpì una piccola intervista fatta a un ventenne che vive a Oświęcim, ridente cittadina polacca piena di pub, discoteche, giovinotti dai capelli color dell’oro, turismo e altre amenità. Il ragazzo, in un inglese piacevole, raccontava che lui e i suoi coetanei sono soliti ridere, scherzare, ballare, praticano sport; ma finiscono sempre per parlare di quello che capitò dalle loro parti quando la città si chiamava ancora Auschwitz. Nodo alla gola: anche noi, noi che abitiamo nella felicissima Palermo, noi che parliamo inglese, viaggiamo, beviamo caffè in caffè borghesi, facciamo musica e ci dilettiamo di fotografia, finiamo sempre per parlare di una cosa. Una cosa loro, ma che – proprio perché ne parliamo sempre – dev’essere anche, maledettamente, odiosamente… Nostra.

In ordine cronologico, roba delle ultime ore, e senza commenti:

i) Totò Riina ha scritto una lettera in alfabeto fenicio in cui minaccia un attentato a Di Matteo;

ii) Gaspare Mutolo, il vecchio pentito di mafia ‘Asparino, ha dichiarato che si è autoaccusato di omicidi che non ha commesso.

E’ un discorso odioso e odiato. Una maledizione che ci pesa addosso, una colpa che dobbiamo scontare tutti, i nostri nonni, i nostri padri, noi, i figli e i figli dei figli, finché non ci estingueremo. Dice: ma tu, proprio tu, che hai da penare? Che hai da scontare? Hai mai subito violenze, prevaricazioni, ammazzatine? Tu? La tua famiglia? Cose di altri, dolorose, brutte, ma non ti riguardano. Il morto è morto, pensa a te che sei vivo. No, non è un discorso che posso accettare. Il morto è morto, pensiamo al vivo significa, nella storia delle idee di Palermo: eterno riposo per il morto, salviamo il vivo che quel morto ha causato, copriamo, aiutiamo, nascondiamo; per il resto, ci penserà Dio. Chi vive è un assassino, o un complice dell’assassino. No, io non sono vivo, io non vivo, né noi che ci troviamo sempre a parlare di mafia, con le lacrime in gola, il pudore del dolore, la rabbia aggelata nello sforzo di vivere da civili, rispettando doveri e pazientemente decomponendo. Siamo tutti morti che camminano (d’après Ninni Cassarà).

Hannah Arendt scrisse, a proposito dei giovani tedeschi, figli o nipoti dei nazisti che facevano mostra di sensi di colpa: che cosa ipocrita, provare un senso di colpa per qualcosa che non si è commesso! Le giovani generazioni, scriveva, invece di sentirsi in colpa, dovrebbero mettersi contro i loro padri: ma questo sarebbe molto pericoloso per le loro carriere. E così sfogano periodicamente isterismi senza senso, e amen. Bene, noi questo lo sappiamo, e stiamo sulle barricate ogni giorno: come posso andare a compare il pane dallo zio Pino, che ogni mese mette i soldi da parte per i picciotti che sono in carcere? Come posso andare a comprare i dolci, le scarpe, la macchina, dai negozianti del centro e della periferia che pagano il pizzo? Come posso lavorare al fianco di Tizio, o presso l’azienda di Caio, che sono in odor di mafia? Come posso guidare la macchina, se quando devo posteggiare devo dare due euro al posteggiatore abusivo? Come posso abitare nella stessa strada in cui ci sta il boss di quartiere, che ogni due/tre mesi organizza concertini neomelodici e giochi di fuoco? Come posso fare attività politica se nel partito c’è il colletto bianco di turno?

E quindi noi non guidiamo, non acquistiamo, non lavoriamo, non abitiamo, non facciamo politica: siamo morti, appunto. Naturalmente non possiamo non-fare tutte le cose insieme: magari guidiamo ma non acquistiamo, se acquistiamo non abitiamo, lavoriamo e non acquistiamo, se abitiamo non guidiamo eccetera. Ecco perché, cara Hannah, un po’ di senso di colpa ci affligge. Siamo morti, morti, e morti pure male, e siamo anche un po’ ipocriti, e quindi complici. Non c’è niente da fare, amici palermitani, lo sappiamo che è così. Non credo sia necessario usare l’esempio logoro dell’attivista anti-racket che di sera va a bere alla Vucciria. A ogni modo, è quello che riusciamo a fare, seppure vogliamo fare qualcosa: vivere sempre difficile, vivere sempre in guerra fredda, abbassare sempre la voce, e coprirsi il volto quando si nomina chi ha pagato con la vita.

Non sono eroi, non sono santi. Sono persone che vivevano ancora più difficile. Noi li amiamo d’un amore straziato che non ha nome. Sono i nostri morti. Sono i nostri fratelli più grandi. Sono così belli, così giovani, così sorridenti in quelle foto in bianco e nero degli anni 70 che – io almeno – non riesco a vederli come “padri”, meno che mai “nonni”. Boh, sarà un blocco psicologico personale: ma voglio credere che sia così per tutti noi cresciuti sotto il rumore delle esplosioni del 92: chi tra noi potrebbe pensare a Giovanni Falcone come un nonno? Ragazzi più giovani di noi, ora, alle manifestazioni dicono se stessi figli di Giovanni, ma per noi – se possiamo osare di accostarci a lui, a loro – sono come dei compagni di strada, di lotta, dei compagni di questa esistenza difficilissima. Li abbiamo visti, li abbiamo sentiti morire, e noi eravamo là. Eravamo alle finestre, eravamo in strada, alla tv davano Alvin Superstar e il rumore delle bombe ci faceva saltare sul divano: noi siamo morti con loro, oppure, se questa idea vi turba ancora, noi siamo vivi con loro, e la carne ci fa male ancora, e la gola ci fa male sempre, e ogni pezzo della città ci dice che siamo fantasmi.

Fantasmi con dolore, con rabbia, con schizofrenie e ipocrisie, fantasmi che vanno alla Vucciria a bere il vino di Matteo Messina Denaro, ma fantasmi con delle idee. Siamo un po’ fissati, che ci volete fare. Noi passiamo, siamo già passati, le nostre due o tre idee no:

1) Rispetto per la persona umana e la vita;

2) Il diritto ci rende liberi;

3) Noi vogliamo sapere la verità.

La Belva minaccia, ‘Asparino ha raccontato minchiate? Va bene: inghiottiamo le lacrime in gola, voce bassa, sforzo di vivere da civili e tanta pazienza. Ho avuto la fortuna assai di recente di rivedere da vicino la piccolissima Palermo degli onesti. (L’occasione è stata l’uscita, or’è due giorni, di questo libro)Forse, se non l’avessi vista, oggi non scriverei. Quei parenti, quegli ex colleghi, quelle scorte in pensione, quegli orfani, quelle donne e quegli uomini dello Stato sono ancora in trincea, coi capelli sempre più bianchi e gli occhi bruciati di mummie: e ci hanno insegnato tutto, le nostre idee e la compostezza nel martirio. La lotta continua.

Noi impiegheremo tutta la nostra vita, e impegneremo quella dei nostri figli, e agganceremo anche i nostri nipoti a questa maledizione, finché non ci estingueremo. Ma queste tre idee non passeranno. Fatevene una ragione: al vivo non pensiamo, ai nostri morti e a noi morti pensiamo.

Francesco Affronti ha scritto

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...