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Ogni italiano che si rispetti, quando – a proposito di politica, economia, diritti, religione eccetera – esprime una posizione pessimista, radicalmente negativa, si spalanca la porta dei luoghi comuni: non è pessimismo, è realismo, bisogna osservare le cose per come sono, tutto cambia perché nulla cambi, il Gattopardo. Tutti argomenti di autodifesa a ben vedere, come se non fosse possibile essere pessimisti neanche di fronte al pessimo.

Il Gattopardo

Il Gattopardo

Una cosa curiosa (d’una curiosità confortevole, perché dimostra che siamo ancora, nonostante tutto, il Paese del liceo classico), è il riferimento letterario, nel quale un autore e un capolavoro dai molteplici significati vengono ridotti a una formuletta mentale incontestabile: del resto, eravamo in mezzo ai luoghi comuni. E prima che uscisse il Gattopardo, a chi ci si riferiva? A Verga, ça va sans dire. E prima ancora? A Leopardi, certo non al quel giovialone di Manzoni. E prima di Leopardi? No, prima di Leopardi in Italia non esisteva il pessimismo, e d’altronde non esisteva neanche il liceo classico.

Tomasi di Lampedusa

Tomasi di Lampedusa

Riflettevo su queste nugae quando trovo su youtube un’intervista che Roberto Andò ha fatto al fu Francesco Orlando, personalità della quale poco la generalità degli italiani, anche colti, conosce, e che scatena tutte le più sfrenate fantasie di noi nerd del Gattopardo: giovanotto negli anni ’50, di buona ma borghese famiglia, fu colui che trascrisse a macchina 7 o 8 capitoli del romanzo del principe di Lampedusa, ebbe un’amicizia-rivalità con un altro rampante giovinotto, Gioacchino Lanza, nobile quest’ultimo, a cui infine Lampedusa lo preferì fino a nominarlo figlio adottivo. Tralasciando una – da tutti noi nerd – supposta tensione omosessuale tra i due ragazzi, tralasciando la rivalità segreta che i due, poi adulti, lasciavano maldestramente trasparire da sotto il velo di una squisita equilibrata amichevole distanza, c’è da dire che Lampedusa morì poco dopo aver suscitato le speranze e gli appetiti dei due ragazzi; il Gattopardo ottenne un successo enorme e Orlando lasciò Palermo per sempre, trasferendosi a Pisa. Lanza Tomasi divenne ed è tutt’ora un musicologo di fama mondiale e Orlando francesista alla Normale di Pisa. Fra i due, ho sempre tifato per Orlando. Immagino che non sia riuscito mai a superare il trauma del rifiuto che il Principe eresse nei suoi confronti, e fu forse questo uno dei motivi per cui si diede allo studio di Freud, applicandolo a chiunque, alla Fedra, a Molière, e infine allo stesso Lampedusa. Probabilmente neanche il tentativo – operato da un nerd del Gattopardo, Andò appunto – di “riabilitarlo”, attraverso quel film bellissimo in cui si racconta la sua storia, Il Manoscritto del Principe, dovette soddisfarlo: anche perché le esigenze drammaturgiche trasformarono il suo personaggio in uno scalcagnato proletario, mentre una qualche fama – seppur non aristocratica – la sua famiglia l’aveva (Vittorio Emanuele Orlando prima di lui, Leoluca Orlando dopo di lui). Chissà se è stato felice, e se, agonizzando, il pessimismo non l’abbia un’ultima volta trafitto prima di essere delicatamente baciato sulle labbra dalla giovane signora snella col  vestito marrone da viaggio ad ampia tournure e il cappellino di paglia ornato da un velo…

Gioacchino Lanza Tomasi

Gioacchino Lanza Tomasi

Per tornare al pessimismo, ecco quello che dice Orlando ad Andò, in quell’intervista di cui dicevo in principio, (Autoritratto d’intellettuale a Palermo), in riferimento alle Lezioni di letteratura francese di Tomasi di Lampedusa, dedicate a Gioacchino Lanza e a lui stesso:

Francesco Orlando

Francesco Orlando

… Quel pessimismo che si scatena senza pietà, che infierisce proprio nella misura in cui è l’altra faccia di una speranza; quell’atteggiamento che consiste nel negare ogni possibilità di salvezza: con crudeltà, con risolutezza quasi cattiva proprio perché, segretamente, in una qualche possibilità di salvezza, si spera. E quindi quel continuo dare per scontata la irredimibilità – per usare l’aggettivo che chiude un bellissimo capitolo del Gattopardo, ti ricordi?, «… Il paesaggio sobbalzava, irredimibile» – ecco: questo filo di pessimismo sull’incorreggibilità dei difetti siciliani, che attraversa le Lezioni dedicate a noi, spesso proprio a me, così come attraversa il romanzo; questo dare per scontata l’irredimibilità, secondo me dev’essere inteso con quella logica che, forse, ricordi che io spesso ho praticata nei miei studi letterari e che è la logica della negazione freudiana; di quella negazione che nega per affermare, che dice “non mi piace” per dire segretamente “mi piace”. In questo caso diciamo che dice “non ci spero” per dire segretamente “ci spero”.

Ecco: notevolissimo è che in riferimento alla più comune metonimia mentale degli italiani, quella del rapporto pessimismo-Gattopardo, l’erede di Lampedusa (quello che non ne ottenne il cognome) dica praticamente l’opposto. Ma quando c’è di mezzo Freud non sai mai dove andremo a finire: alla luce della negazione che afferma è il luogo comune a essere stato demolito, o il pessimismo e i pessimisti? Spaventosa, strana, oziosa domanda.

Francesco Affronti scrisse

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