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Quella mattina la signora Curcuruto pareva una tarantola. Entrava e usciva dal negozio, a guardare quelli che passano; afferrava un bambino e gli diceva di rientrare a casa invece di stare tutto il giorno fuori a combinare monellerie; rientrava, e si metteva a scartabellare calendari e vecchi fogli pieni di conti inutili; usciva, agitava il braccio al negoziante di fronte, quello della famiglia dei brutti, si sistemava gli occhiali da vicino sul naso e guardava le nuvole in alto, sul cielo azzurro di zucchero; si sedeva, si voltava, cercava qualcosa e la rimetteva a posto.

Non passò inosservato tale cheffare alla farmacista dell’angolo, la signora Angela. Bella ragazza, ragazza almeno agli occhi della signora Curcuruto: ma vera e propria madre di famiglia, con due ragazzini che vanno già alla scuola media. Quand’era piccola non c’era giorno che non stava il pomeriggio a studiare dalla signora Curcuruto, e imparava le tabelline ripetendole al pappagallo che c’era nel negozio, poi di sera sua madre passava e se la portava a casa; e infatti lei la chiamava zia alla signora, almeno fino a quando non era entrata all’Università. Non che si fosse insuperbita, come acidi malignavano i figli della Curcuruto quando passavano per strada, è che magari ci era sorto una specie di pudore alla giovane donna, di rispetto anche: e poi insomma, mica era vero sua zia.

Ma zia o non zia, la signora Angela vuole bene, ma per davvero, alla vecchia signora Curcuruto. Quando lei ci ha bisogno di qualcosa, non deve manco parlare: quella corre. Non è che sono amiche, però lei lo riconosce che ci è cresciuta dinnanzi, nel suo negozio stesso; e poi tutti si può dire vogliono bene alla signora Curcuruto. Chi è che non corre quando lei butta una voce d’aiuto per strada? E la signora Angela anche. Però stavolta la vecchia non sta dicendo niente. Si muove troppo, ecco. Un pizzico di inquietudine la signora Angela ce lo sta avendo. Mentre incarta le medicine per i clienti ci pensa: ora vado da lei a vedere. Deve avvisare il padrone, magari quello la guarderà strano: lui non è della nostra zona, che ne può capire di quello che ci abbiamo noi, quando vediamo anche solo un colore stonato per la strada? Una scusa gli andrà bene:

– Le posso chiedere un favore?, devo andare a comprare una cosa per mio figlio, qua di fronte. Ci metto un minuto.

– Fai pure – le dice lui senza guardarla.

E la signora Angela si toglie il camice e va dalla signora Curcuruto.

– Oh, gioia mia! – fa la più vecchia, con un sorriso bello e negli occhi per un attimo confusi il tentativo di ricordarsi com’è che si chiama: se lo ricorda subito, è che non si parlano tanto spesso.

– Signora Curcuruto buongiorno! – la voce di Angela è quella di femmina forte, potente, molto bella da sentire, ha la stessa voce di sua nonna, è una brava cristiana – Ce l’ha una carpettina di plastica?, gliene serve una a Samuele, per la scuola – parla in italiano, lei ha studiato; ma ci ha sempre il tono, l’accento palermitano vero, quello nostro, del nostro quartiere. La signora Curcuruto le sorride perché pensa queste cose, la vede com’è fatta, una donna adulta, e cerca le carpette di plastica trasparenti che così gliele fa vedere. Le chiede qualcosa sulla famiglia, sui bambini – eh, saranno grandi oramai, chissà che belli – e dispensa qualche consiglio per loro: lontani bisogna tenerli dal computer, da internet.

– Lo so signora, sempre addosso ci stiamo, io e mio marito.

– Non si può sapere quello che succede, ogni giorno alla televisione dicono cose terribili, c’è gente in sto computer che ci si mette per fare male ai bambini, però grazie al cielo che ogni tanto li arrestano.

– Eh, ma noi dobbiamo vigilare.

– Brava, brava: vigilare. Anche perché i bambini di certe cose manco si rendono conto. Allora, questa carpetta va bene? O è troppo grande?

La carpetta va bene, la signora Angela la prende e paga. Ora deve tornare a lavoro, la farmacia sempre piena come un uovo è. Però la guarda un attimo negli occhi:

– Signora, va tutto bene? L’ho vista strana oggi.

La signora Curcuruto si sorprende: e come ha fatto Angeluzza ad accorgersene? Si toglie gli occhiali dal naso, si passa una mano sulla faccia:

– Mah, è che ogni tanto uno pensa cose strane – La guarda: glielo può dire? Angela ha fatto le scuole, è una che legge i giornali. Però è una della strada, certo non si può dire che è un’estranea. Si siede sul trespolo la signora Curcuruto, quello sgabellone di legno alto che le ha fatto mastro Ciccio cinquant’anni fa – Stanotte, mentre dormivo, ho fatto un sogno strano. Leggevo nel sonno i Beati Paoli, ed ero tutta intenerita delle parole che il cavaliere di Castiglione diceva a donna Gabriella e a un certo punto io era come se ero diventata donna Gabriella, che leggeva la lettera d’amore di don Blasco – se l’immagina? Io alla mia età che faccio ‘sti sogni di ragazzina! E poi, e poi… E poi veniva da me una cameriera, mi diceva «Prego, Signora» e mi portava un piattino con dentro una fetta di cassata. E io: mi venne paura, e la mangiai; ma non era dolce, non aveva un sapore tanto di cassata: era come se la pasta fosse fatta di… di cenere. me la sentivo come cenere nella bocca. Ma non era nemmeno amara, non era dolce, ecco. E tutto questo è strano: quando uno sogna di mangiare dolci capiterà qualche cosa di brutto, sempre così è stato, noi così diciamo. Ma questa cassata non era dolce. Non sapeva di zucchero. Io non lo so… Che significato può avere?

Francesco Affronti

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