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Ieri sera, giorno 13 giugno 2012+1, ho assistito a un concerto dei Forsqueak. Si sono esibiti al 13 Tapas, che non è una sala concerti o un auditorium, ma un bar. Questo lo specifico per i lettori non palermitani perché il rischio di dar tutto per scontato su un blog è quello di cadere nel provincialismo.

Quello che ho tratto da questo concerto è che non capisco niente di musica. Applaudivo quando terminava un pezzo che mi sembrava degno di essere scolpito nelle memorie degli uomini, ed ero il solo. Mi guardavo intorno stranito quando tutti applaudivano estasiati di fronte a sonorità che – io – avrei dovuto riascoltare più volte. Ed ero il solo. La cosa accentua in me quel pregiudizio da scribacchino secondo il quale la musica è per tutti, anche e soprattutto nella solitudine; ma forse non è il caso di accennare a un saggio sull’estetica della musica su questo blog…

935449_396482563797766_74427969_nIl gruppo – uno dei pochi i cui componenti non sentono l’esigenza di ubriacarsi mentre suonano – ha suonato con grande leggerezza, con estremo divertimento, su un piano di alta coscienza della propria passi, quella che si può permettere – e ci può permettere – di godere dei suoni e cavalcare le libere fantasticherie cui danno vita all’interno delle nostre coscienze. Dice Sfameli, il geniale batterista dei Forsqueak: «Partiamo sempre da dei preconcetti quando facciamo musica: anche le improvvisazioni nascono da un’idea che ci siamo fatti della musica, da quello che abbiamo già ascoltato altrove, nessun suono sorge dal nulla.» E infatti dalla sua batteria-congegno-instrumentum diaboli si squaderna tutto il patrimonio sonoro immaginabile: vibrazioni metalliche e suoni corposi, fruscii e lampi di vocalità, suoni sordi, le onde del mare e perfino i gorgoglii delle pentole messe al fuoco. Mentre suona vedi tanto l’Armenia e la Battriana quanto il bambino che fa casino con le stoviglie in cucina, senti i cori dei fanciulli nelle cappelle vaticane e le più sofisticate emissioni elettriche; lo ribadisco: geniale.

Altra nota di non minore importanza: il bassista, La Russa. Gli è proprio un garbo, una finezza e un bel – bello  perché non facile – rispetto nei confronti della musica che gli sta intorno, quella che fanno gli altri membri del gruppo, quanto della Musica in quanto tale. Non sono sicuro di riuscire a esprimere in modo intellegibile quello che intendo dire: si sente, si vede in lui il piacere di ascoltare, di eseguire nell’insieme, non prevaricare. Le due chitarre, inutile dirlo, Schifano e Pitruzzella, i mattatori: ma direi anche i mattoni, nel senso buono, la solidità colorata delle note, li ascolti e pensi io ti amerò per sempre. Non importa se ami qualcuno, o no: le loro chitarre suggeriscono solo un amore infinito, spensierato, semplice e pieno. E intanto fuori c’è odore di tempesta, come dice quel cantautore…

Fuori. Fuori, al 13 Tapas, c’era il gran mondo, le tartine di caviale e lo champagne. Si incontrava quella sera la crema della Palermo musicale, e c’ero anche io. Alcuni membri delle Formiche, Daniele Pellitteri dei Granpa (pare che suonino ormai solo a nord di Roma), gli Huliganz, in ordine sparso gli Hysterical Sublime, l’artista Giovanna Marascia, Bebo Cammarata, Valerio degli Utveggi. Lusso qua e là, venga che le presento il conte tal dei tali, non faccia complimenti, dica a me, venga con me che le presento anche il presidente, il consigliere, il senatore, il direttore e due ministri, un magistrato, quattro o cinque costruttori, consiglieri delegati e un Marajàh: ok, scherzo. Le fidanzate, le loro donne, erano importanti: giudizi reciproci a colpi d’accetta. I sorrisi di circostanza li lasciano agli uomini. E fanno bene.

Francesco Affronti scripsit

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