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Cara Sofia,

ho ascoltato or’è un istante le tue parole. E sento imperioso il dovere di scriverti, anche se non so bene che cosa. Ho un groppo alla gola, uguale e tale a quello che hai tu, che abbiamo tutti noi – tutti noi, chi? Non ne ho idea, ma bisogna che ci sia un tutti a cui estendere questa orribile PAURA che ci annienta, almeno da quando abbiamo sentito nelle nostre orecchie i boati mostruosi di quel maggio, di quel luglio del 1992. Ce ne furono altri prima d’allora, ce ne sono stati altri poi, sono sempre nelle nostre menti; no, è troppo poco dire menti, sono sempre nei nostri corpi quei rumori di morte, nella pelle, nelle ossa, nella gola: chi può essere capace, tra noi che li abbiamo sentiti, che li sentiamo, di dimenticarli?

Oggi, in quest’oggi in questo mese in questo maggio in questo 2012+1, hai rischiato di passare sopra un’autostrada inzeppata di tritolo per un magistrato. Non è cambiato niente, non cambia mai. Loro non possono cambiare, ce l’ha insegnato la vedova Schifani a san Domenico; noi non possiamo cambiare. La morte è in noi, come un tumore che ci ricorda di essere solo e soltanto ancora in vita. Lasciare la Sicilia, lasciare l’Italia; lasciare la morte. Come se un alito, un alito di vita, il profumo di un fiore, al di fuori di noi, ci potesse salvare.

Io non lo so. Ti prego di credere che te lo dico con la massima dolcezza di cui mi sento capace. Col disinteresse anche, che è proprio, per l’appunto, dei malati terminali. Non so se sia possibile. Le bombe non sono più soltanto oggetti più o meno vicini a noi, e ahimè sempre troppo vicini a noi; le bombe siamo noi stessi oramai. Da quanto tempo, da quanti anni stiamo lottando per estirpare il male che è dentro di noi – i nostri vizi, la nostra amarezza – tentando di vivere la vita sul filo di una sempre più esile, stanca volontà di essere felici? A Palermo, a Mosca, a Timbuctù, dove ancora troveremo la nostra piccola oasi di pace, di normalità, di allegria e di rabbia per le più banali cose cui un’esistenza dovrebbe essere composta?

Forse sto provando a dare forma di razionalità a un’infinita incapacità di tenere le fila di un’insensatezza mostruosa, tragicamente il pessimismo dilagando in ogni interstizio del respiro. E ci rimproverano anche, quelli che quei boati non hanno sentito troppo bene, d’esser pessimisti, come se, come diceva il nostro amatissimo scrittore, non fosse lecito essere pessimisti nemmeno di fronte al pessimo!

Ti voglio bene Sofia, per la persona che sei e come essere umano. Bisogna odiare davvero tanto se stessi e gli uomini per cessare di vederli come persone e come esseri umani. Fino al punto di uccidere, fino al punto di lasciarli, gli uomini e le donne. Sempre quel caro scrittore una volta disse: si dovrebbe farla provare agli inquisitori la tortura, affinché capiscano che è contro Dio, che è contro l’immagine di Dio che è nell’uomo. Noi questa tortura la conosciamo da sempre, ininterrottamente da quello a questo maggio la sentiamo nelle nostre carni, e tu, ed io, e tutti noi – chi che sia questi tutti – non ne possiamo più. Scendere in piazza, fare il proprio dovere, lasciare questa infame terra: non sarà mai sufficiente, nessuno ci potrà regalare di nuovo questi lunghi anni di vita, fatti per noi di strazio. Di lapidi inchiodate sui nostri polmoni, sui nostri ginocchi. Di suoni di sirene sempre squillanti nelle nostre orecchie. Di sudore ghiaccio sulle dita, sui calcagni, sulle spalle.

Per l’amore che ho per te, carissima Sofia, e per me; per l’amore mutato in orrore e schifo per la vita, trionfo dei loro disegni di morte: io li maledico e li odio e li disprezzo dal più profondo delle mie fibre. E prego Dio che mi dia – per grazia, per ghiribizzo balzano della provvidenza, per caso, il caso matto che la follia agita come la cresta di un gallo – la forza di amarli, di amarli con tutto il cuore, di amarli fino al soffocamento e all’annientamento nel vuoto di quella che dicono sia la vita dopo la morte; perché so che può essere solo l’amore, l’amore e il fare all’amore, a distruggere per sempre i portatori di morte e la morte che noi conduciamo a spasso con noi medesimi, morti che camminano in mezzo a morti che danno la morte.

Umile servo tuo ecc.

Francesco

2 thoughts on “Lettera a un’amica

  1. L’ha ribloggato su Palermitanismie ha commentato:
    Quando si uniscono capacità di scrivere e contenuti viene fuori quanto segue…

    non sarà, forse, un Palermitanismo. Un Italianismo più che altro, opinione del sottoscritto, perchè nessuno è immune in questi giorni soprattutto.

    Una nota di serietà che non guasta

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