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ovvero, un omaggio a I.D’I.

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Esiste un libro a dir poco commovente. Fu scritto praticamente cento e dieci anni fa, da uno scrittore che amava le lettere più di ogni cosa, trovando forse che la vita e la morte non possono avere senso – finanche il senso del non-senso – se non attraverso la forma mentale che i libri e la sensibilità che ne deriva forniscono. O forse riteneva già, superando in modernità anche i nostri nipoti, che la letteratura non ha nessun valore meno per chi reputa che abbia un valore assoluto, totale. E lui faceva parte della schiera di questi ultimi, fino a mettere a repentaglio la propria vita, allorché questa non significava per lui che peso, dolore e noia. Lo scrittore è una mia vecchia conoscenza, Marcel Schwob. Il testo, che è poi una raccolta di lettere alla moglie, si intitola:

Vers Samoa [Lettres à Marguerite Moreno (octobre 1901-mars 1902), contenant le journal d’un voyage à Samoa par Port-Saïd, Djibouti, Ceylan et l’Australie, suivies des lettres de Robert Louis Stevenson à Marcel Schwob], Édition de Bernard Gauthier, éditions Ombres, Toulouse 2002.

Sarebbe bello parlare a lungo di Marcel Schwob, e del libro, d’una chiarezza disarmante. Schwob, questo ebreo dal nome d’un abbaio, sposato a Marguerite Moreno, una delle più grandi attrici francesi del secolo passato, che nella nostra stagione di rinnovato amore per Les misérables (per il musical, naturalmente) dovrebbe essere ricordata almeno per aver interpretato per prima Mme Thénardier; e poi Stevenson, l’oceano Pacifico, L’isola del tesoro.

Schwob era malato di un male incurabile. Da sano, da vivo, aveva letto i romanzi di Stevenson, e tra le mappe dei tesori e le fellonie piratesche i suoi sogni erano cresciuti, smisuratamente, fino a soppiantare la greve opacità del reale. Il realismo romantico, l’irrealismo reale, lontani dal soffocante ciarpame minutamente catalogato dei naturalisti e dei veristi. Quando l’autore francese si ammalò, il caro Stevenson per una singolare coincidenza morì, tra le isole rese immortali nelle sue pagine. Così Schwob, sul finire della sua stessa vita, l’unico viaggio che da vivente non aveva mai fatto, trovando migliori i viaggi immaginati attraverso il caro autore scozzese, ora che questi era scomparso, e anche lui ormai sulla soglia dell’Ade, doveva farlo. E partì, verso Samoa, alla volta del luogo dov’era seppellito l’amico. I contemporanei ce lo descrivono, nell’atto della partenza, sopravvissuto a se stesso, stralunatissimo, debole come un bambino, affiancato da un servo cinese, con un bastoncino di canna, un fucile e un cappello a larghe tese, bianco, coloniale: era diventato un personaggio delle storie che lui stesso aveva raccontato. I samoani lo accolsero come Tusitala, raccontatore di storie, omaggio che avevano reso prima al grande Stevenson, e che per uno scrittore vale più di una laurea honoris causa o di un nobel per la letteratura; laggiù lo colse una polmonite, fece a tempo a tornare in Europa e quivi morì, tra atroci sofferenze, dopo poco tempo, a trentasette anni.

I viaggi, quelli che abbiamo fatto, quelli che faremo, quelli che i sogni ci ispirano prima di dormire, prima di morire. Nei luoghi che qualcuno ci ha fatto amare prima ancora di sapere come e dove siano, tramite una maestrissima penna. Per me, vorrei poter andare nel Nuovo Mondo, alle estremità più a nord, fra il Canada e l’America, in quel lembo di terra che fu della Russia e che il maestro Carl Barks ci ha fatto conoscere…

F.A. scripsit

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