Home

–    Nonna, ci andiamo a mare oggi?
La signora Curcuruto si azzittì. Sua nipote, la più piccola, era fatta grande. Quindici, sedici anni. E da un momento all’altro, mentre lei dava una spazzata al pavimento, tra un sì e un così, le chiedeva di andare al mare.
La vecchia continuò a passare la scopa sul pavimento, con meno forza di prima. Carlotta capì che aveva detto una cosa strana per la nonna, e si stiede zitta a fare cic-cic sul telefonino. Sempre al cellulare a fare cic-cic con le dita sui tasti. Dice che giocava col telefonino. Ma ‘ste cose non servono per telefonare? Da quando lei non aveva risposto alla domanda della ragazza, era caduto un silenzio pesante e si sentiva che doveva dirle qualche cosa.
–    Gioia mia, io non ci posso andare più a mare. Il sole mi fa male, a me. Perché non ci vai con gli amici tuoi? Basta che li chiami e andate a prendere l’autobus. Però mi raccomando, un maschietto ci deve essere, se no non ti lascio andare.
Aveva cominciato a parlare, a parlare troppo, parlare forte. Ci aveva cose che non voleva pensare. Ma la ragazza non le sapeva. Tanti anni fa con la gente si andava a mare. Si prendeva un lapino, si caricavano gli ombrelloni, la pasta col forno, i maschi ci mettevano due casse di birra, il pane di paese –  e via, giù per la Favorita, arrivare a Mondello, a Capogallo, o dall’altro lato, all’Arenella. A lei ci piaceva l’Arenella, ché quando era una giovanotta in un negozio dell’Arenella aveva conosciuto un ragazzo, Franco. Questo ci  portava il gelato. Una volta aveva scritto pure una poesia a lei. Un bel ragazzo, ma un po’ scemo. I vecchi non si spaventavano, ché lo sapevano che lei non ci piaceva Franco. Non c’erano rischi. Ridevano, scherzavano un po’. Poi Franco si sposò con una, Rosa-Maria, e gli aveva fatto mettere la testa a posto. E poi a quel tempo lei non stava più all’Arenella, si era aperta il negozio a Palermo. Tempi brutti, c’era sempre qualche problema, ma si tirava avanti. Si tira sempre avanti. E si era sposata. Però quando suo marito e le cognate e i compari organizzavano di andare a mare all’Arenella a lei gli si apriva il cuore. Un piacere, andare a mare lì con suo marito, da donna, tipo come una signora sposata. E le piaceva pensare che prima era una ragazzina innocente all’Arenella, e ora poteva andarci da grande, a pari con quelli che l’avevano tenuta in negozio a fare la cameriera pochi anni prima. Franco, non l’aveva mai più visto. Rosa-Maria sì, e infatti una volta che lei rimetteva le stuoine sulla macchina – potevano essere le sette di sera, stavano per tornare a casa – si erano incrociate e si erano salutate. Niente di che, buongiorno e buonasera.
L’estate. L’estate era una stagione strana. Bagni, sole, sale, grandi mangiate sulla spiaggia, le giocate a ramino, tutto il giorno, con i vicini dell’asciugamano; la signora che portava il pane fresco, il cocco bello, le pannocchie. E i bambini da sgridare, che stavano tutto il giorno a mollo e gli si aggrinzavano le dita e diventavano viola per i troppi bagni. E nel silenzio, con le spalle all’acqua e la faccia rivolta alla montagna, tutta quella strana pace. A quei tempi le estati erano sempre così, c’era una strana, incredibile pace. Un silenzio che metteva paura, solo le cicale a fare zig-zig.
Poi, a un certo punto, niente. Non lo sapeva perché, a mare ci andavano di meno, di anno in anno. Le figlie si erano sposate, lei era diventata una giovane nonna. C’era una cognata di sua figlia che d’estate l’andavano a prendere e se la portavano a Capaci, a fare il bagno lì. Se la ricordava bene. Era una bella ragazza, più piccola di sua figlia. Indipendente, tutta un peperino, con la lingua sempre di fuori a dare male risposte, che però a lei la facevano ridere. Niente, questa abitava in una strada nuova, di quelle che ci furono degli anni che le hanno costruite tutte assieme, di notte, ché di giorno faceva troppo caldo. Strade brutte, troppo grandi, i costruttori erano tutti mali malandrini. In tutti quei palazzi nuovi, lo sanno tutti, c’è un figlio di mamma seppellito nel cemento. E poi: le costruirono tutte di fretta, e ci misero la sabbia al posto del calcestruzzo, e in capo a due anni si scrostarono e fanno schifo a guardarle, tutte coi balconi sbrucciati e sgretolati. Casa sua, che è più vecchia, ci fa ancora bella figura ed è tutta sana. E insomma: questa cognata di sua figlia abitava in quella zona recente, e un giorno sì e un giorno no la portavano con loro a Capaci. Lei restava in città, magari se ne approfittava  per dare acqua alle piante, stare attenta al pappagallo. Il vecchio si lamentava: ecco, perché loro vanno a mare e a noi non ci chiedono di andare con loro? Che gli diamo, fastidio? Siamo grandi noi, gli diceva la signora Curcuruto, stiamocene per conto nostro, lasciamo che fanno le loro cose di giovani, senza di noi. Che a noi ci manca il mare? Pigliamo la macchina e andiamo. Ma a lui non ci mancava il mare, e infatti non ci andavano quasi più; a lui ci mancava di andare tutti assieme, come quando si organizzavano per andare a Mondello o all’Arenella. E lei lo sapeva. Ma che gli doveva dire? Con gli anni che passano la gente si va facendo sempre più piena di problemi, e manco ci pensano più ad andare a mare.
Quel pomeriggio sua figlia era passata da casa, era quasi agosto, e c’era un caldo che si fotteva. Stavano andando a mare, e in quattro e quattr’otto avevano deciso che se li sarebbe portati con lei. Suo padre stava per prendere una scusa per non andarci, orgoglioso come un mulo sempre. E lei ci aveva messo la buona parola. Ci venne pure lui a mare ma per puntiglio poi, a Capaci, il bagno non se lo fece e rimase sotto l’ombrellone tutto vestito, a sudare come una capra. Siccome in macchina non ci entravano tutti, avevano lasciato la cognata a casa, tanto – gliel’aveva detto a sua figlia – ci aveva le sue cose di donna e bagni non se ne poteva fare. Un caso, ci sarebbe da dire. Un caso strano, di quelli che però mentre sei in spiaggia te li senti addosso come una colpa, come un’inquietudine.
Suo genero vedeva che il vecchio faceva il muro, e andò a prendere delle coppette di gelo di melone, per dargli il dolce e allisciarlo un po’. Le due donne presero assieme un tavolino di plastica bianco, per metterlo accanto all’ombrellone e sedersi tutti in gruppo, attorno al vecchio che cominciava a guardare con la testa a destra e a sinistra, come per vedere dov’era andato il genero; non che si sarebbe mai alzato per raggiungerlo, voleva essere servito, ma almeno faceva vedere che si interessava di lui e che il nervoso gli stava scemando. Un goloso di prima categoria, quest’è la verità! Tutt’assieme, si sentì un grosso scoppio, come di una bombola del gas che aveva fatto danno. La signora Curcuruto provò una scossa al cuore, che ancora oggi se la ricordava bene, e gli veniva uguale. Nicolino, il bambino, si riempì gli occhi di lacrime, ma non si mise a piangere. Si guardarono tutti negli occhi straniti. Che era successo? Il vecchio ebbe un conato come di vomito, ma di paura, sulla faccia, e si asciugò il sudore dalle tempie. Lo strofinio del fazzoletto di cotone sulla sua testa fu l’unico suono che si sentiva nella spiaggia. Poi la gente si mise a chiedere cos’era successo, ci furono ragazzi che cominciarono a correre verso le macchine, una paura terribile. Loro non riuscivano a dire niente, e anche il bambino stava in silenzio. Quell’incredibile silenzio. Manco un minuto era passato, che Lucio tornò dalla gelateria, senza il gelo di melone, pallido come un fantasma. Uomo grosso come un armadio Lucio, ma pauroso come una femmina. Tutti gli uomini di casa, ci hanno paura allo stomaco.
La signora Curcuruto non si ricordò come ritornarono a casa, i giri che avevano dovuto fare con la macchina, il bordello che c’era per strada. Si ricordava però del rumore, rumori ovunque, un manicomio di voci, voci che uscivano da ogni bocca e arrivavano in tutti gli orecchi. Non c’era più silenzio, quel silenzio strano, cangiato in rumore sordo, fruscio continuo alle orecchie. Un silenzio, prima, e un rumore, dopo, che – la signora Curcuruto ci pensava adesso, con curiosità – non aveva mai più sentito.
Terribile era la cosa che era successa. Dopo che li avevano lasciati a casa – lei era ancora bagnata dall’acqua, ma il vecchio entrò per primo a sciacquarsi la faccia in bagno – loro erano andati dalla cognata, che quel giorno non si erano portati appresso. Nella sua strada avevano trovato l’ira di dio. Polizia, macchine, ambulanze, fumo, porte sconocchiate. C’era stata una bomba, sangue in ogni angolo, morti. Nicolino si mise a fare come un pazzo, per terra accanto alla macchina si ritrovò un cristiano tutto nero di carbone, un morto. Il tempo che Lucio sale di corsa da sua sorella e la trova tutta piena di sangue, che non si poteva muovere. La trovò buttata per terra. Lo scoppio era stato così forte che tutte le finestre si erano distrutte, e lei era piena di vetro nel corpo. Anzi che non era rimasta sfregiata. Dice che non si ricordava niente. La portarono all’ospedale – e anche lì, c’era un casino che non si può raccontare. Appena la misero in rianimazione, Lucio gli venne uno svenimento. Poi alla televisione dissero che avevano ammazzato a uno, a un giudice. Una cosa incredibile, era andato a trovare sua madre e il tempo che aveva suonato al citofono le bombe avevano fatto il macello.
Per anni, per anni e anni, il corpo della ragazza vomitò vetro, a pezzettini, o a pezzi più grossi, come quando si sputano gli ossi dell’anguria. Tutti i vetri delle finestre erano scoppiati e gli erano entrati dentro. Ogni tanto il braccio le faceva male, gli si apriva e dalla ferita usciva un pezzo di vetro. Ce l’aveva ovunque il vetro. Nelle mani, nelle braccia, sulla schiena, da dietro al collo, nelle gambe, perfino dalla pancia tirava fuori quel vetro. Ora, quanti anni potevano essere passati? Venti? Fino a qualche anno fa a ‘sta povera santuzza ci fecero un’operazione, ché un pezzettino di vetro minuscolo ci aveva fatto una ciste nella coscia. No, a mare no. A mare, la vecchia signora Curcuruto, non ci voleva più andare. Ci andassero i ragazzini, a mare. Lei, a pensare al suo ultimo bagno, al vecchio vestito con la camicia sotto il picco del sole, gli occhi grandi di Nicola, aperti davanti a un povero cristo carbonizzato – no, per lei il mare era morto.

Francesco Affronti

—– questo racconto è stato tra quelli finalisti al premio Subway – Metropolitana di Brescia 2012

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...