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pagodeSe quegli anni fossero andati in modo diverso; se io fossi stato diverso, e non avessi avuto quella paura che mi paralizzava e mi rendeva morto (già allora; così presto, e così definitivamente morto, morto – figuriamoci adesso), oh, forse, chi sa, non dico averlo per me: ma almeno dirlo, dirgli che lo amavo, il potere di dare nome alle cose configurandosi sempre, come vuole la Bibbia, il dono divino per eccellenza, l’unico talento che l’uomo può esercitare nel mondo, e da cui tutto il suo dominio sulla terra deriva. Non esercitai allora il mio potere, stimando fosse troppo grande per me stesso, da controllare, senza farmene travolgere. Oggi so che ci si pente sempre a non dire. Eppure anche adesso, in fondo, non dico. Elaboro raffinate costruzioni di parole, per sfuggire alla realtà che non nomino – non che mi spaventi, come una volta: mi annoia. E mi rifugio nel nulla della vita che è passata, nel vuoto del non più, del mai più, del non-essere. Facile, oggi. Facile, sterile, e inutile.

f.a. scrisse

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