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Agrigento, sì – per legge. Ma per noi e per tutti, resta e resterà sempre Girgenti. La parola è tutto. E la prima evoca l’olimpica serenità dei greci, retorica posticcia messa in piedi dal Fascismo; la seconda esprime l’anima autentica, cupa, araba della città. Il richiamo, letterario, è naturalmente a Pirandello, alla descrizione che Pirandello fa di Girgenti e dei suoi abitanti: «Sempre d’un passo, cascanti dalla noja, con l’automatismo dei dementi… l’Akragas dei greci, l’Agrigentum dei romani, eran finiti nella Kerkent dei Musulmani, e il marchio degli arabi era rimasto indelebile negli animi e nei costumi della gente. Accidia taciturna, diffidenza ombrosa e gelosia… L’accidia, tanto di far bene quanto di far male, era radicata nella più profonda confidenza della sorte, nel concetto che nulla potesse avvenire, che vano sarebbe stato ogni sforzo per scuotere l’abbandono desolato, in cui giacevano non soltanto gli animi, ma anche tutte le cose»*. In un sito dedicato a I vecchi e i giovani si legge: La Girgenti descritta da Pirandello è quella post-risorgimentale, oppressa dalla mancanza d’acqua, dalla mafia, dall’arruolamento obbligatorio, dalla prepotenza dei padroni esercitata sui contadini e sugli zolfatari; Girgenti sembra una città quasi immobile fissa nel tempo, inerte di fronte al suo destino… Ma che post-risorgimentale! Sciascia ha dimostrato**, tramite Gramsci, che tutti i personaggi pirandelliani sono in fondo una emanazione della origine girgentana dello scrittore, e che quei personaggi, quella Girgenti, non era passata, quando Sciascia ne scriveva, né oggi, che ne scrivo io.

Leggiamo, sempre da Sciascia, cos’è la vita, per i suoi conterranei: «La tragedia è nel vivere, per questi uomini, non nel morire. È nel vivere giorno per giorno nell’occhio della gente. L’occhio del mondo, come a Girgenti si dice. Un immenso occhio vitreo, senza la carità delle ciglia, aperto, avido: e l’immagine che entra dentro quest’occhio si scompone, trova un delirante gioco di specchi, un mostruoso gioco di deformazioni e di fughe. E dentro «l’occhio del mondo» entrano le cerimonie nuziali e funebri, i battesimi, le vedovanze, le rendite, le cambiali, i vestiti, le cronache del tribunale e quelle delle alcove. «Lo faccio per l’occhio del mondo»; «Fallo almeno per l’occhio del mondo». Scegliti il ruolo, attento alla parte: l’implacabile occhio del mondo è fisso su te; non credere che riuscirai a farla franca, ad evadere dal suo campo visivo. Riuscì una volta a Vitangelo Moscarda, quello del naso storto; ma non riprovarci. E riuscì a Mattia Pascal. Ma non sempre riesce, non sempre: e quel pazzo che si credeva Enrico IV di Germania, saggio o pazzo che fosse, volle ingannare il mondo, cambiare parte, scegliersene una più comoda… No, non si può»***.

Per chi non conosce Agrigento questo sembrerà un dilettoso gioco letterario se non, nel peggiore dei casi, infimo riciclaggio di luoghi comuni. Eppure l’assillo degli altri, la diffidenza e la mattìa diffusa, grottesca, che rende gli agrigentini dei personaggi perennemente in scena nell’atto di rappresentare se stessi, sono caratteristiche riscontrabili da chiunque. E anche l’avvertimento di Sciascia, non riuscirai a farla franca, è autentico: se una radice del tuo albero d’olive saraceno affonda nel Caos potrai pure scappare in capo al mondo, cambiare lingua, nome, cultura; non c’è scampo alla follia che ti porti dentro, che respiri nelle cose, che ti fa ridere filosoficamente di tutto. D’altro canto, l’occhio del mondo è anche il tuo, ed è proprio lo sforzo di evadere dal tuo sguardo medesimo, che dirigi, giudicante e deformante su te stesso e il mondo, che rende quella tremenda coscienza di non poter essere diverso dai tuoi vecchi, di non essere cambiato. Potrai pure imparare a parlare italiano, e ripulire l’accento dalle inflessioni paesane e inascoltabili che da via Atenea e piazza Lena riecheggiano come lamenti bestiali fino alla Valle dei templi. Agrigento, per me e per sempre Girgenti, te la porti dentro, non ti lascia mai. Questa è la vera Spoon River****, la terra di quella Lizzie che visse

(…) Inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,
Ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag –
Tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

___________________________________________F.A. scripsit______

* I vecchi e i giovani

** Pirandello e la Sicilia

*** Piradello e il pirandellismo

**** Antologia di Spoon River

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