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Stamattina, come ogni mattina, ho preso l’autobus per andare a lavoro. Non porto la macchina, e non la voglio portare: e mi resta in alternativa la bicicletta o l’autobus; solo che, soffrendo di insonnia, quando esco di casa al mattino già sono sveglio da sei ore, e la bici mi stancherebbe troppo. Per cui resta solo il supplizio dell’autobus, che tra tutti i supplizi è quello più adatto a uno scribacchino perché, sì, gli squaderna dinanzi mille storie degne di essere tramandate, eppure bisogna che resti al suo posto, in silenzio, senza poter guardare con curiosità le cose che gli si balenano, per paura di apparire troppo poco quotidiano, e infine, per contrappasso, risultare lui l’essere bizzarro in mezzo a un mucchio di esseri che non sanno di essere bizzarri.

Stamattina dunque, come ogni mattina, sono salito sul 106, che mi porta diritto diritto da casa mia fino a lavoro. Appena entrato sulla vettura, con gli occhi mezzo esausti da una nottataccia, mi accorgo che l’autobus è semi vuoto, largo, arioso, pieno di luce. Ci sono molti posti liberi. Uno, sul davanti, accanto a una ragazzaccia bionda, coi capelli che sembrano un fascio di lana stopposi, male attaccati a un elastico, credo rosa – un rosa molto acceso. Ha un naso grosso, e sotto il naso tanti peluzzi piccoli piccoli, biondi anch’essi. Dietro di lei c’è un’altra donna, bruna, capelli lisci, unti, con la pancia che sembra quella di una mamma, occhi da gufa, mastica a bocca aperta, e si tocca i capelli grassi e neri. Preferisco sedermi accanto a lei. Per un attimo, mentre mi siedo, mi chiedo perché preferisca avere accanto i suoi capelli sporchi che non la biondona col naso sgraziato e i peli biondi sopra il labbro, e capisco subito che standole dietro, in realtà, posso guardarla meglio, ossessionato per ora e per sempre da quei peluzzi tanto minuscoli quanto orribili, mentre in fondo la bruna che ho accanto non mi interessa, né punto né poco, né che sia sporca o pulita.

Ad un certo punto il 106 fa una larga curva, per evitare un piccolo incidente che si è svolto al lato opposto a quello in cui sediamo io e la bruna; mentre passiamo, una signora dai capelli rossicci, gli occhi azzurri e la faccia da anatra si volta, impressionata, verso di noi. Un vecchio, dietro di me, le chiede cos’ha visto. La signora dice solo: «Una ragazza. Il motorino.» Quant’è bella la lingua quand’è semplice! C’è bisogno che io scriva quello che è già di suo chiaro a tutti, senza altri dettagli, se non quelle necessarie parole? La donna ha detto l’essenziale: una ragazza. Il motorino. Meglio di un modulo di constatazione amichevole.

Un ragazzo indiano, credo, seduto in un posto davanti a quello della biondona, dice: «Speriamo ch’è viva.» Ma alle mie orecchie corrotte dalla grammatica, la frase suona, insinuante: “Speriamo che viva.” Ma no, le altre orecchie, che sentono pane per pane e vino per vino, gli rispondono, per il tramite di altrettante bocche: Certo ch’è viva! Ma magari resta sfregiata… Intanto il 106 ha quasi terminato di percorrere via Dante, ed è allora che la ragazza bionda si gira verso di noi – verso di me e la bruna – e subito, sentendo per istinto che può parlare solo con l’altra, le chiede dov’è la scuola Piazzi. La bruna non lo sa, le chiede dove dovrebbe essere la scuola. La bionda risponde che le hanno detto che è vicino via Dante. Allora la bruna, smettendo di toccarsi i capelli unti, le consiglia di scendere alla prossima fermata, perché poi l’autobus imbocca un’altra strada.

«Vado a vedere mio figlio. Sono due anni che non lo vedo.»

«Vero? E come mai?»

«Me l’hanno tolto, ah! La giustizia!»

«Non ce n’è giustizia, non ce n’è!»

«No, ma lo sai perché?» dice subito la bionda, abbassando la voce, forse per non farsi udire da me: «Lui lo picchiava, per violenze. Ce ne ho altri quattro, a questo me l’hanno tolto.»

«Cose di pazzi!» lamenta la bruna, e ovviamente i pazzi sono quelli che le hanno tolto il bambino. Solo dopo aggiunge: «Però se non l’hai denunciato tu sei complice, scusa!»

«No, no! L’ho denunciato! Solo che…» La bionda smorza le parole rimanenti in un suono per me indistinto, fremendo, presa dal molteplice impulso di dire come sono andate le cose, abbassare la voce per escludermi dalla storia, stare attenta a scendere alla fermata giusta con la paura di sbagliare strada, la mente tutta già rivolta alle persone cui, scendendo dall’autobus, sulla via, avrebbe chiesto dov’era la scuola Piazzi, e raggiungere entro l’ora stabilita suo figlio, ch’è due anni che non vede…

L’autobus si ferma davanti alla fermata prenotata, in un rumore di sfasciume sordo. La “bussola” si apre. La bionda fa all’amica, sconosciuta fino a qualche momento prima, un segno, con gli occhi, come per salutarla, in modo sbrigativo e riconoscente. La bruna, baciandosi la mano, le dice: «Stai tranquilla che il Signore ti aiuta!» e l’altra scende, i capelloni biondi le sballonzolano sulle spallacce, pronta a fermare il primo passante per chiedergli dov’è la scuola di suo figlio. L’autobus riparte. La ragazza bruna resta per un attimo immobile; poi riprende a masticare la sua chewingum a grandi smascellate, e si rimette le mani sui capelli.

E io resto impietrito, incapace perfino di guardare la mia vicina con la coda degli occhi, lo sguardo mio inchiodato sopra il ragazzo indiano, davanti a noi, mezzo ingobbito, con la maglietta bianca di cotone disfatta. E mi chiedo: che relazione c’è tra la mia esistenza e quella di queste persone? Nessuna. Quale il senso profondo che tiene insieme tutte le nostre esperienze, così diverse eppure per un momento fuggevole, per un attimo solo, vicine, vicinissime? E mi sembra che non ci sia alcun nesso, alcun senso, e solo un grandioso, enigmatico caso che non restituisce significato a nessuna cosa, e alla mia vita più di tutte, lasciando tutto imparziale, le vite inerti, gli accostamenti meccanici e l’esistente mostruoso.

_________________________________Francesco Affronti scripsit___________

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