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Fra mille anni, quando Internet non ci sarà più, ma ci sarà ancora Omero a parlare al cuore degli uomini, di queste pagine non sarà rimasta nemmeno la polvere.

Per cui assumo come assolute cazzate la seguente, mediocre e provinciale storia di cui parlerò. Quella della GESIP. Già il nome, fa cadere le palle fino al piano di sotto. In Omero c’erano mostri dai nomi barbarici e sonanti, come Polifemo, i Lestrigoni, e Scilla e Cariddi, e la sublime Circe, mentre la dèa Atena ingannava gli uomini prendendo le sembianze di Deifobo, e i Fati decretavano terribili la morte di Ettore domatore di cavalli. D’accordo, lasciamo stare Omero, vince a occhi chiusi. Del resto era cieco…

La GESIP  è una tipica forma del malaffare siciliano, e dunque italiano. Siccome la cosa pubblica è cosa di nessuno, il primo brigante che passa se la prende come cosa privata. Diamo un nome al brigante di questa storia: chiamiamolo vicerè spagnolo don Diego Cammarata. Costui si piglia Palermo per cinque anni, truccando le elezioni. E fa i suoi beneamati affari privati, elargendo come il vicerè che è cariche e pubblici uffici ad amici più briganti di lui. La città, che è sempre stata una città vassalla e puttana, pronta a offrirsi al più forte, scaduti i primi cinque anni, chiede un conto. E al vicerè supplica qualche vicereale briciola; don Diego, magnanimo, offre a 1800 sudditi un lavoro, che verte sempre intorno alla cosa pubblica intesa come cosa privata, come cosa nostra. Questa cosa prende un nome, GESIP. I compiti della GESIP sono naturalmente inesistenti: pulizia delle strade, aiole da annaffiare – sulla carta. Ma avrebbero potuto pure decidere di fargli progettare navicelle spaziali o case senza tetti, sarebbe stato uguale: una vuota forma intorno a un niente. Un niente… una bazzecola: se io do una cosa a te, tu la darai a me, non è giusto? In cambio della creazione di GESIP e relativo posto di lavoro per codesti 1800 saggi, il vicerè vuole essere rieletto. E tutto procede come stabilito, don Diego è rieletto vicerè del niente, GESIP si occupa di tutto e di niente, e di fatto 1800 persone mangiano a ufo senza fare niente.

Oggi però sono niente anche i soldi pubblici. Non ci sono, finito, rien de rien, stop alle telefonate, fine, the end, bancarotta, crisi. Ma non è rimasta nemmeno una briciola piccola piccola? No, terminate anche quelle. Il vicerè intanto ha terminato il suo incarico, e come ogni vicerè spagnolo che si rispetti, se n’è andato via, accompagnato al porto, sulla sua barca, a fischi e pernacchi. Ma il mostro è rimasto. Dico, GESIP.

E i 1800 sudditi che per anni non hanno fatto una mazza, pagati, giustamente non possono accettare di perdere quella che era la loro piccola briciola in cambio di una x su una scheda elettorale. Gliel’hanno detto in venti lingue, soldi non ce n’è, la cosa pubblica non era cosa sua, del vicerè, non era cosa privata, non era cosa nostra. Insomma, han mangiato tutti, c’è chi s’è saziato, loro no, ne vogliono ancora. E come il mostro di Omero minacciano, scaglieranno pezzi di montagna sul mare, e grideranno vendetta dai Numi, che Poseidone vendichi il loro affronto e il bisogno rapace di altro danaro pubblico. Sono accecati. Ma lo erano anche prima, vaglielo a spiegare. E no, non sono ciechi come Omero, di quelli che vincono sempre, no; questi perdono. Anzi, perdiamo tutti. Ed ecco, questo, precisamente, mi fa incazzare. Che i ciechi sono loro, e ci perdiamo tutti. Del resto, quella cosa, la cosa pubblica fatta privata, è cosa nostra.

Fra mille anni, quando questo blog non esisterà più e Omero sì, sono convinto che esisterà ancora la Sicilia, con Palermo capitale. Ed esisterà ancora, come oggi, dopo duemila anni,  letto, tradotto, e ignorato, quel libro di un antico e oscuro avvocato latino, che noi chiamiamo Cicerone, intitolato In Verre.

_____________Francesco Affronti scripsit_____________________

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