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Secondo Hume delle nostre impressioni non possiamo fare scienza, perché ognuno fa delle esperienze diverse sul mondo, e il valore che attribuiamo agli oggetti è da considerarsi convenzionale. Ignorando Kant e il suo soggettivismo universalistico, debbo inchinarmi al filosofo inglese, perché è dalla coscienza della convenzionalità del sapere che partirò per parlare di Milano.

Partiamo dal dato empirico: nato e vissuto a Palermo-town, io ho esperienza del mondo attraverso questa città. E osservo ogni cosa con indosso gli occhiali palermitani. Che impressione può dare alla mia vista, filtrata da tali lenti (se vogliamo infine civettare con Kant, considerandoli come degli a priori) una città come Milano?

Milano è una città piena di opporunità. Una città che si traduce non come luogo in cui vivere, ma dove realizzarsi. Dove lavorare, per ottenere quel successo di sé che Palermo o altre città nega. Chi è nato e cresciuto a Milano, riterrà forse che la propria città non sia significativamente diversa dal resto d’Italia, e forse ha ragione. O forse no, il noumeno ci sfuggirà sempre. Il fenomeno che a me resta è che Milano è il luogo in cui, trovato il proprio percorso, lo puoi portare avanti. Tra difficoltà che ad altri sembreranno fastidiose (orari stretti, lunghi tragitti di metropolitana, l’affanno di non dover dimenticare niente, sentirsi sempre in trincea) ma che a me, palermitano, sembrano solo stimoli e occasioni. Sì, è vero: passi metà del tuo tempo in metropolitana, ma strumentalmente, a far sì che l’altra metà del tempo serva a produrre qualcosa di significativo. Marxianamente, la produzione è oggettivazione di sé, realizzazione del proprio io. Un circuito elettrico è Milano, in cui ogni impulso viaggia senza sosta da un punto all’altro, per accendere alla fine la lampadina dell’eureka, dell’ho trovato, del ce l’ho fatta. Eppure, eppure, Milano è anche altro, i fili che stanno sotto il circuito, la trama di monadi luminose intersecandosi, incrociandosi, in una fiumana magmatica, incessante, misteriosa, palpitante di vita e desiderio di morte. La luce è tale perché dietro c’è il buio. E allo stesso modo, dietro -o davanti – all’Illuminismo c’è il Romanticismo, e il mare delle tenebre, incognito, che fa di Milano la terra duale per eccellenza, tagliata tra le magnifiche sorti e progressive e l’ansia del buio; il successo e il terrore dell’oblio, del tremendo, della miseria. _________________________________________F.A. scripsit______________

2 thoughts on “Città non nostre – Milano

  1. Mi ha piaciuto…E questo mi interessa e mi intriga moltissimo – come i nostri occhi condizionano la nostra veduta delle chose, degli spazi…ed anche la nostra esperienza di vita, la nostra memoria, chi è sempre là.

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