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Stresserentola dice che ho una scrittura a imbuto. Una scrittura faticosa, il cui senso profondo sgocciola lentamente, faticosamente, come da un piccolo imbuto appunto. In superficie ciancio, ciarlo, e d’altro canto ho fama di chiecchierone, di affabulatore e di pettegolo, anche. Ma quello che sento è sempre faticosamente espresso, e la mia scrittura ne risente. Sarà per l’educazione che ho ricevuto? O perché resto terribilmente siciliano, quel tipo di siciliano che si tiene tutto dentro, silenzioso e sofferto? Il silenzio greve, inerte, di chi non ha niente da dire, perché dire è già un lusso, come la disperazione. Il lusso costa, e si paga. E allora diamo fiato alle ciance, alle burle, alle subordinate complicate, agli avverbi che parlano senza parlare.

Oggi, che sono ufficialmente trascorse le celebrazioni per il ventennale dalla morte dei dottori Falcone e Borsellino, voglio parlare. Ieri ancora, sarebbe stato troppo facile, e anche troppo difficile. Cortei, fiaccolate, l’antimafia per strada, la retorica e la retorica dell’antiretorica, non fanno per me. Plaudo a ogni iniziativa di sensibilizzazione, ma i sensi eccitati non mi toccano. La quotidianità del silenzio, del lavoro, del sacrificio, in silenzio, del dovere compiuto senza clamori, all’ombra, senza bandiere, santini, scenografie, quella è la fatica della gente comune. E io sono comune, a tal punto che queste parole cadranno nella più perfetta indifferenza. Ma se anche un solo gesto, senza essere eclatante, una sola manciata di parole può servire a cambiare lentamente i nostri costumi, nel rigore giornaliero di scontrarci contro la vessazione, gli abusi, il potere, allora deve essere fatto, e quelle parole vanno dette. E le mie parole goccioleranno, una a una, senza clamore, nel riposo pericoloso che segue alle brusche parate, alla eccezionale pubblicità.

La mia cara madre mi ha insegnato a non aver paura dei morti. I morti, la morte, si intrecciano alla vita perché la vita stessa trionfi, nel bene, nella concordia, nella verità. I morti non mi spaventano, perché non possono farmi alcun male, perché operano, privi ormai della vita, per il nostro bene. Sarà una attitudine religiosa, superstiziosa, o anche facilmente consolatoria. Concedo. Ma una civiltà che non tiene in considerazione la morte, che non fa i conti con la morte, è barbarie allo stato puro.

Ho trascorso la notte con i miei morti. Non è difficile, né sgradevole, né inusuale. Sono nato in una città in cui tutte le strade sono lastricate di sangue. Venti anni fa ero un bambino, ma sarebbe sciocco chi volesse delegittimare quale ruolo possa avere durante l’infanzia il clima di terrore continuo, l’assillo della strage inaspettata, a ogni ora, in ogni giorno. Io me la ricordo, e la sento ancora addosso, la paura di trovarsi a passare accanto a una macchina con la sirena spiegata. Me la sento sempre dentro la vergogna di aver paura a trascorrere una sera accanto a un magistrato, a teatro. Quei colori grevi, opachi, delle strade con stentati alberelli, prima durante e dopo una esplosione. Il terrore di mettersi in balcone a dare acqua alle piante, se non percepisci alcun rumore, nella via che piomba nel silenzio, che si tappa in casa perché una tempesta sta per scoppiare. Una paura animale, che vibra nell’aria, che senti nelle ossa, e che venti anni non possono spazzare via nemmeno con cento cortei, con cento iniziative, con mille dichiarazioni di rinnovamento. Queste cose, che oggi diventano letteratura, per me sono vive e traboccanti di tensione, di ancestrali ricordi, rimorsi, di attuali ottundimenti mentali. Mio padre lavorava in tribunale, e quanto veleno mi è stato trasmesso, ancora in fasce, di quello che succedeva e non succedeva, delle sconfitte, della vita giocata ai bussolotti, del silenzio. Siamo morti che camminano è una frase che penso di conoscere da sempre. Che conosciamo tutti a Palermo. Sì, siamo morti che camminano. Le lapidi, le omelie, i funerali, niente potrà attutire nelle mie orecchie due rumori. Il rumore dell’esplosione di via D’Amelio, che echeggiò come un segno della fine del mondo fino all’altro capo della città, dove io giocavo con i miei familiari – e i loro sguardi, i loro occhi terribili, aperti, assaliti dal terrore – e il rumore delle urla, e dei pugni sbattuti sulle saracinesche abbassate, di giorno, dai palermitani infuriati, che avrebbero staccato le teste a Martelli e chissà chi altri. Alla morte di Falcone, mia madre si trovava nello stesso suo ospedale, una piccola operazione e una degenza tragica, al fianco della camera dove moriva Francesca Morvillo. Non è vero che chi vive si dà pace. A meno che non ci si chieda: ma si vive, poi?

F.A. scrisse

3 thoughts on “Si vive poi?

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