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Venezia è una di quelle città (altre devono pur essercene al mondo) che al grande prestigio unisce un apparato scenografico di prim’ordine. Roma per esempio non è così: la vecchia capitale del mondo, pur con tutte le sue vestigia imperiali e papaline, non ci esime dalle noie e dalle fatiche quotidiane di tutte le città: metropolitana, uffici postali, traffico, supermercati. Venezia no. Venezia è un grande palcoscenico sempre allestito, sempre pronto a rappresentare al mondo intero lo spettacolo seducente di una civiltà magica, da fiaba. Palazzi eretti sulle acque, imbarcazioni settecentesche, ponti di legno e pietra che scintillano al sole. Venezia mi fa pensare a certe chiese barocche palermitane: il trionfo dell’arte, dei colori, dei marmi, dell’oro che riveste ogni cosa, gli oggetti e la mente. Mentre però quelle chiese sprigionano il sogno del lusso e della voluttà solo al proprio interno, e in un tempo limitato – per cui uscendo fuori ti ritrovi nella greve realtà quotidiana – Venezia offre i suoi vezzi en plein air, escludendo da sé un altrove gretto, miserabile. E poi, illusione delle illusioni, da sempre e per sempre.

Sarà effetto di una simile illusione, ma a Venezia veneziani non ce ne sono. Donne che portano la spesa a casa, uomini che devono pagare il bollo dell’auto, bambini che escono da scuola: non ci sono. Non esistono, per il visitatore che approda nella Serenissima. Ci saranno, certo, e se non il bollo dell’auto gli uomini dovranno pure pagare il bollo del motoscafo, ma la cosa appare di nuovo mutata nel sogno, per noi uomini del mondo comune, nell’inconsueto del neghittoso, del lusso massimo: e comunque noi non ne sappiamo niente. Venezia è la città dei turisti. Ovunque, e a ogni periodo dell’anno, milioni di viaggiatori occupano ogni calle, ogni piazza, ogni interstizio, e la fatica di raggiungere un eden incontaminato, popolato da cittadini autentici, lo stento di trovare uno spazio simile ai nostri, fatto di persone che scendono dalle scale dei condomini e di bambini extracomunitari che giocano a pallone, è vanificato proprio dal raggiungimento ultimo: perché, se riusciamo a trovarlo, se l’abbiamo scovato, la nostra presenza di estranei, di turisti, non lo rende più tale.

Un film, un libro, uno spettacolo, nel loro concludersi ci restituiscono pacatamente alla realtà, dandoci degli strumenti nuovi, o rinnovati, per codificarla e viverla. In un film, subito dopo l’ultima scena, parte la colonna sonora e i titoli di coda: è il congedo, mai brusco, dalla fantasia dispiegata nell’ultima ora o due, alla nostra realtà di persone sedute al cinema, alle luci che si accendono, alla pizza che andremo a mangiare. Venezia invece è uno spettacolo che non conclude mai. È una fiction eterna, almeno fin quando non torneremo a Mestre per riprendere rotta verso casa. E quello sì che è un congedo brusco, sempre dolorosissimo: poiché lo spettacolo non è ancora finito, non finisce, anzi prosegue, noi non abbiamo potuto trarne una morale, una conclusione che faccia il punto della situazione: ci troviamo sbalzati fuori dal sogno, senza aver senso del significato, se di questo si può dare, del sogno stesso. E torniamo al mondo senza essere migliori né peggiori di prima. Un’opera di finzione, un prodotto dell’arte, quando è degno di questo nome, modifica sempre la percezione di colui che ne fruisce. Tradimento e trasgressione del reale, nel suo consegnarsi al pubblico ci restituisce un’immagine nuova di noi stessi, del mondo: di come siamo, di come vogliamo essere. Ma tale condizione si realizza solo nella natura concludente dell’opera d’arte stessa.

Torniamo alla chiesa barocca, che a differenza dei film ci riporta fuori con minore garbo, con più grande disillusione. Finito il nostro giro tra affreschi e stucchi, essa pur è terminata, la bellezza ci ha appagato e la realtà esterna riprende il sopravvento senza soluzione ci continuità, e non riusciamo a trovare il nesso tra questa e quella, ma dobbiamo pur trovarlo: è la sfida che ci lancia l’arte barocca. E osserviamo che quella chiesa all’esterno magari è brutta, come il resto della città, annerita dalla fuliggine, gli scalini sbrecciati e logori come il marciapiede su cui si erge. E ne traiamo la convinzione che essa, lungi dall’essere un sogno fatto fuori dalla sua realtà di appartenenza, ne è una proiezione, un desiderio. Ma questa o altre riflessioni sono conseguenti all’osservazione che della chiesa facciamo sinteticamente, cogliendo con un colpo d’occhio tutto, apparato e macchina scenografica. Non potremmo non farlo, essendo il corpo della chiesa unico, definito, realizzato: lo ripeto, concluso. Ma come può concludere lo spettacolo di una città come Venezia?

Scriveva Montesquieu: Mes yeux sont très satisfaits à Venise ; mon coeur et mon esprit ne le sont point. Je n’aime point une ville où rien n’engage à se rendre aimable ni vertueux. Les plaisirs même que l’on nous donne, pour suppléer à tout ce qu’on nous ôte, commencent à me déplaire, et, à la différence de Messaline, on est rassasié sans être las.

 ***

Rileggendo, mi pare di essere affetto, nelle mie considerazioni sull’arte, sul valore di un’opera d’arte, dal pregiudizio positivista – l’arte rinnova i popoli e ne rivela lo spirito: vano delle scene il diletto, ove non miri a preparar l’avvenire. Del resto, sono palermitano: e come tale, attardato.

One thought on “Città non nostre – Venezia

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