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Naturalmente, Parigi.

Parigi è la città più bella del mondo. Senza puntualizzazioni, o polemiche, o i parigini sono snob. È vero che non può vantare una storia millenaria come Baghdad, né marmi sfacciati, buttati al sole come Roma, e nemmeno un autentico multiculturalismo come Londra. È vero che la Torre Eiffel è sommamente detestabile, soprattutto di notte, splendente come una bagascia pronta a offrirsi a chiunque. È vero anche che i viali aperti a colpi d’accetta dal barone Haussmann hanno devastato nel senso della volgarità la Parigi del passato. Ma in fondo quella Parigi nessuno di noi l’ha conosciuta, se non nei libelli del Seicento, e nella malinconia che i testimoni di quello sventramento, Victor Hugo, Baudelaire, Zola, ci hanno trasmesso*. Occorre precisare, a tal proposito, che alcuni frammenti divini di quella Parigi divina, la Parigi di Voltaire, dei caffè, dei salotti e dei saloni, rimangono. Il Musée Carnavalet, il Musée Picasso, l’Île de la cité, soprattutto l’Île Saint-Louis. Vi si respira tutto il medioevo merovingio, i Valois, il XVIII. Il resto sono volgari hôtelleries ottocentesche. Selciati lisci come schiene di odalische, rigagnoli colorati e sporcizia ovunque. Ma tra quei rigagnoli, che so, c’è nata Edith Piaf. Mentre mangi il gelato, al caffè, ti trovi al centro di macchine da presa e registi sciatti: stanno girando un film. Giri l’angolo e sei davanti al théâtre de la Huchette. Alla ricerca di qualche oggetto parigino da riportare a casa, in rue de Rivoli, ti perdi e non sai dove ti trovi. Entri in un negozio di manichini, ti accoglie un uomo con una lunga gonna alla vita, zingaresca, e capisci di essere al Marais. Devi prendere una cosa da mangiare, al volo, e ti servi in un fastfood cinese. Ti invitano a una cena di gala, e sei nel più grande ristorante cinese del mondo, arrogantemente nominato Le Président perché ci ha pasteggiato qualche volta Mitterand, con Arafat e chissà chi altri. E ancora, vai al Sacré-Cœur, e fuori c’è un musicista spiantato che strimpella qualcosa. L’ascolti, ti avvicini, e tra i cani e le bottiglie che lo circondano, vedi dei vecchi dischi: i suoi successi di una volta. E ti metti a fantasticare come sia stata la sua storia, fluttuante dall’alto dei cieli delle case discografiche al marciapiede di Montmartre. Prendi una crêpe, paghi dagli otto ai sedici euro e giuri che non mangerai più crêpe a Parigi per il resto della tua vita. No, non chiedetemi di Disneyland o Versailles: quelle sono fuori Parigi. Parigi è una sera, di notte, a sfuggire al fetore della Senna, e ritrovarsi di fronte alle Galeries Lafayette. Il capitalismo nella sua forma più gigante. Inginocchiarsi, e chiedere perdono per il proprio comunismo. Parigi è la fiumana incessante di turisti che entrano ed escono da Notre-Dame, il gregge umano che il sottosuolo ingurgita e vomita a ritmo delle fermate della metropolitana, la gente che ti calpesta senza vederti, perché bisogna andare, il tempo è lavoro, non si può stare a perdere tempo con questi viaggiatori di quart’ordine, chiassosi e volgari, che vengono da ogni luogo della terra a imparare le buone maniere a Parigi! Sì, è vero, i parigini sono molto snob. Non sanno parlare inglese. Cucinano male, e mangiano peggio. Pensano che nell’universo ci sia Parigi e… tout le reste. In realtà non nutrono dell’orgoglio per il passato glorioso che ha avuto la loro città. Anzi, affettano la forma quintessenziale della superiorità, odiando il loro passato. Quale orrore per la schiavitù, De Gaulle, il colonialismo! E che importa che Parigi sia stato il centro della civiltà, la Rivoluzione, i diritti dell’uomo: quello è patrimonio dell’umanità, non appannaggio parigino! Il passato è passato. Ma il mondo intero continua a inchinarsi a Parigi, sarà la moda, le cinéma, i boulevards, il rap osceno delle banlieues pakistane, i tramonti sul vetusto Pont Neuf! Tutti desiderano arrivare a Parigi, vedere Parigi, conquistare Parigi, farsene schiacciare. Non è abbastanza? Non è abbastanza per ribadire che Parigi è la città più bella del mondo?

* Nota bibliografica: Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, libro III, cap. II; Baudelaire, Fleurs du mal, Le Cygne; Emile Zola, La Curée.

____________________________________________________F.A. scripsit___

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