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Il rousseano Laclos scrisse due saggi, giustamente ignorati, in cui deprecava l’educazione delle donne come perniciosa e offensiva per la natura. Le donne sono libere, egli diceva, finché seguono i precetti che la Natura ha imposto loro. Quando si aprono alla cultura, sono alla mercé dell’uomo, il male diventa costume e non c’è più niente da fare. La lettura per le donne è un pericolo, se esse non sono guidate da un maschilista tutore. Guai a far leggere loro Clarissa o Pamela! Queste due eroine deprecabili, che le seducono e le corrompono! Fate leggere alle donne Seneca e Catone, se proprio si annoiano tra una poppata al marmocchio e i panni da sciacquare al lavatoio! Grazie al cielo Laclos era un artista, e l’artista – come ognuno ben sa – usa poco l’intelletto e assai è schizofrenico, e scrisse il romanzo celebrato fino a Gide come manuale di dissolutezza più di ogni porcheria di De Sade, il romanzo in cui la donna che si è aperta alla cultura non è diventata schiava, ma padrona dei destini dell’uomo – la Marquise de Merteuil, un personaggio femminista avant la lettre. Le donne furono l’ossessione di Laclos, e di una donna particolare voglio parlare qui oggi: Madame de Rosemonde, la vecchia.

Per gran parte del romanzo Madame de Rosemonde ha un ruolo da subalterna. Fino a quando la vicenda non distrugge le stesse vite dei libertini: la vecchia zia di Valmont  riceve allora tutte le lettere che sono intercorse tra tutti i personaggi, per depositarle e coprirle di un peplo pietoso, affinché la memoria del nipote morto non sia infangata, e la onta riposi in pace in convento, o nella follia, e nella morte. Solo allora la Virtù da lei incarnata sfolgora come un faro di fronte a tutti gli sfracelli. Ma è un faro che ha una luce giallognola, da lampadario antiquato del salone dei nonni – come già detto altrove, è una virtù vecchia.
Fino a quel momento, la sua presenza era associata alla villa di sua proprietà, dove gran parte dei personaggi intrecciano le relazioni pericolose. Zia di Valmont, amica della Volanges e della giovane Tourvel, ricchissima, per  testamento lascerà tutti i suoi beni al nipote, che la va a trovare di tanto in tanto per quest’unico motivo. Ed è lì che Valmont conosce la presidentessa di Tourvel in vacanza… In una lettera indirizzata alla Merteuil, Valmont depreca l’amicizia tra la Tourvel e la Rosemonde, e liquida sua zia con la sprezzante considerazione: più le donne invecchiano e più diventano acide e severe.

Ma la Merteuil, che riconosce e giudica ogni uomo e donna sulla faccia della terra, gli risponde manifestando una velata simpatia per la vecchia – detto per inciso, sono le uniche due donne che in tutto il romanzo non si incontrano e non si scrivono mai – intuendo che la signora non sia come appaia: la virtù è sempre e solo un risvolto del vizio. Ecco le parole della Merteuil: le donne anziane sono donne che in gioventù erano o sciocche o intelligenti. Delle prime, non è questione: perduta la bellezza della gioventù, cadono in un’ottusa apatia, e non si può nemmeno dire che siano severe: sono noiose, ripetono frasi fatte. Le altre invece, in vecchiaia, decidono di affinare lo spirito col medesimo impegno con cui prima curavano il loro volto. Di solito, «hanno un sano giudizio, uno spirito pratico e al tempo stesso gaio e conciliante. Sostituiscono il fascino con una cattivante bontà e una dolce gaiezza, la cui attrattiva aumenta man mano che l’età avanza: così esse riescono in qualche modo ad avvicinarsi alla giovinezza facendosi amare. Ma allora, invece di essere, come dite acide e severe, l’abitudine all’indulgenza, le lunghe riflessioni sulla debolezza umana e soprattutto i ricordi di gioventù, i soli che le tengono legate alla vita, le rendono propense a essere piuttosto condiscendenti, forse anche troppo. Insomma, posso dire che, avendo sempre ricercato la compagnia delle vecchie signore, avendo ben presto capito l’utilità del loro appoggio, ne ho incontrate molte da cui ero attratta non solo per calcolo ma anche per simpatia.»

E la Merteuil ha visto giusto. Infatti, quando la Tourvel scopre di essersi innamorata di Valmont, fugge dalla villa della Rosemonde per tornare a Parigi, e comincia a indirizzare delle lettere a quest’ultima; e l’anziana signora ne diviene la confidente. Se la Merteuil subisce il fascino delle vecchie donne come lei, figuriamoci la Tourvel! Le risposte che la vecchia le dà, al di là dell’apparenza, non hanno niente di severo, non moraleggiano e non giudicano: anzi! Non le parla che di amore, di amore, di amore. L’amore che lei non può provare più, essendo vecchia, e di cui può solo ricevere il benefico riflesso attraverso l’amica. Non è un caso che, pur essendo abbastanza acciaccata, ogni lettera che riceve dalla Tourvel la allevi in qualche modo dalle sofferenze fisiche. E che sublime ipocrisia la sua! All’inizio, quando la Tourvel non vuole rivelarle il nome dell’amato, per vergogna, lei finge di non sapere chi sia, o non lo nomina apertamente. Ma vi fa riferimento di continuo. Poi, seguendo la loro relazione a Parigi, emette qualche massima di circostanza ma plaude, e tifa per l’amore. Infine, quando la maschera di Valmont viene tolta, pur  dichiarando di voler bene al nipote, soffre da matti con la sua amica, e c’è da credere che sia consapevole di aver avuto una parte non di poco nell’intrallazzo, e deve starci male visto che, quando la Tourvel le implora di non scriverle, lei accetta, come se volesse rifugiarsi anche lei nel silenzio e nell’oblio, per espiare il male fatto.

Ben diceva Esiodo, che la donna è come il mare.

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