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Una delle caratteristiche più eclatanti del romanzo di Laclos, come ho già segnalato da qualche parte, è che ogni personaggio che scrive possiede uno stile unico, che lo rende distinguibile dagli altri e, in un certo senso, verosimile: se, come pretendevano i nemici e i critici di Laclos, ogni personaggio avesse scritto “bene”, con uno stile letterario standardizzato, nessuno sarebbe stato differente dagli altri. E Le relazioni pericolose avrebbe avuto dei personaggi resi senza personalità dall’incapacità dell’autore a fare a meno del proprio stile. Fortunatamente non è così. Eppure, rileggendo una prefazione al romanzo di Malraux, mi ha colpito la riflessione seguente: Malrauxche talvolta Laclos riflette come i suoi personaggi, tal’altra secondo la propria esperienza, e riporta tre passaggi, di tre personaggi diversi, al punto che messi accanto l’uno all’altro, non si riesce più a capire chi parli.

Ne riporto anche io dei brani: 1) A forza di cercare delle buone ragioni, se ne trovano; le si dice; e dopo ce ne affezioniamo, non tanto perché siano buone, ma per non smentirci. 2) Ho trovato meno pericoloso sbagliarmi nella mia scelta che lasciarmi leggere dentro. 3) Ha riconosciuto di buonora che per dominare la società era sufficiente manovrare con un’identica abilità la lode e il ridicolo.

La verità, come sempre, sta nel mezzo. Precisiamo che le citazioni riportate hanno tutte il tono delle sententiae, che come si sa è assai spersonalizzante, proprio per essere efficaci sul più grande numero di ascoltatori/lettori. Malraux stesso dice che è il tono dei moralisti francesi: divertimento lucido e perspicacia, amarezza e precisione. C’è da dire anche che gli aforismi e le citazioni sono comuni a chiunque scriva, oggi come nel ‘700, e questo non impedisce che lo stile di Valmont sia diverso da quello di Madame de Volanges. D’altronde è pur vero che Laclos sta nel solco del grande moralismo francese, fatto di storie esemplari ed esemplari massime (come insegnano Madame de Lafayette e La Rochefoucault), e doveroso appare ricordare che la frase sul tempo che non porta la verità in tempo è di suo conio (Il tempo porta sempre la verità. Peccato che non la porti sempre in tempo).

Riflettevo su queste cose, e ricordavo altresì che il nostro secolo, che non è il XVIII, e nemmeno il XXI ma sempre e ancora il XX (quando finirà quest’orribile Novecento?), ci ha insegnato che l’insipienza sta alla base della fame e della sete di aforismi, di massime e frasi memorabili. E che la follia può trasfigurare la realtà attraverso l’invenzione di frasi pompose, solenni, come fossero state pronunciate da Shakespeare, con una ricercatezza retorica che non impedisce di rotolare nel dolore e nel ridicolo. Penso a una delle cose che ci ha insegnato Hannah Arendt a proposito del processo a Eichmann a Gerusalemme: «Adolf Eichmann andò alla forca con gran dignità (…) Era completamente padrone di sé, anzi qualcosa di più: era completamente se stesso. Nulla lo dimostra meglio della grottesca insulsaggine delle sue ultime parole. Cominciò col dire di essere un Gottgläuber, il termine nazista per indicare chi non segue la religione cristiana e non crede nella vita dopo la morte. Ma poi aggiunse: “Tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l’Argentina, viva l’Austria. Non le dimenticherò.” Di fronte alla morte aveva trovato la bella frase da usare per l’orazione funebre. Sotto la forca la memoria gli giocò l’ultimo scherzo: egli si sentì “esaltato” dimenticando che quello era il suo funerale. Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato – la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male.» E ancora: «Non era uno stupido, era semplicemente senza idee (…) e se questo è banale e anche grottesco (…) ciò non vuol dire che la sua situazione e i suoi atteggiamenti fossero comuni. Non è certo molto comune che un uomo di fronte alla morte, anzi ai piedi della forca, non sappia pensare ad altro che alle cose che nel corso della sua vita ha sentito dire ai funerali altrui, e che certe “frasi esaltanti” gli facciano dimenticare completamente la realtà della propria morte.»

Il nostro secolo ha questo di laido: che si ripete frasi senza alcun senso comune; che snatura le massime d’un tempo a proprio uso e consumo; che usiamo le parole non per indagare la realtà ma per fingerla e non siamo capaci di essere padroni del nostro destino, di immaginare in modo nuovo, di sognare le nostre parole – di sognare che le nostre frasi, le nostre sentenze siano memorabili perché scaturite dalla realtà di una vita davvero vissuta, goduta, sofferta, e non lasciata vivere.

A me, resta da riflettere sulle ultime parole di Laclos, pronunciate mentre la dissenteria lo uccideva a Taranto, e che rilevano il gusto per le sententiae con un fine quasi pedagogico, da ultimo insegnamento, non insulso e autoingannatore come nel caso di Eichmann e del nostro secolo; e, anche, l’esigenza di una sorta di confessione prima della morte, laica, e ugualmente misteriosa. Scrive il dottor Ressa: « [L’oppio fa l’effetto che mi aspettavo. Ha calmato i dolori al Generale Laclos. Tuttavia, ha difficoltà nel respirare. Il caldo umido, che c’è di nuovo, è soffocante. Ho detto al Generale che rimarrò vicino a lui e che lo accompagnerò in caserma giovedì mattina. Quest’uomo sofferente trova ancora la forza di sorridere e di alzarsi. Quest’amicizia che si è creata fra di noi mi è diventata cara. Sono disperato per non essere riuscito a curare il Generale Laclos, e lo sono ancora di più di fronte al suo smarrimento morale. Non si agita, ma nel suo sguardo posso leggere un’immensa tristezza. Mi ha detto di non angosciarmi e che è stato molto felice di aver fatto la mia conoscenza. Sorridendo, ha aggiunto che i miei progressi nel francese sono notevoli e che devo continuare a coltivare la lingua. Inoltre mi ha detto che ormai aveva tutto il tempo disponibile per apprendere l’italiano.] Ha affermato che ciò che ha sempre cercato nella vita è di “non provare riconoscenza per chi agisce solo per aumentare il proprio merito ai suoi propri occhi e a quelli degli altri. La nostra amicizia è stata breve, ma fraterna e sincera e”, ha concluso, “ricordatevi questa frase di Marmontel: Il cielo, l’inferno sono nel cuore dell’uomo?” (30 Agosto 1803) ».

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