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Gennaio è il mese del freddo, settembre quello della scuola, giugno è lutto, febbraio  carnevale, a novembre feste di famiglia e dolci buoni, maggio è il mese delle fragole, della Madonna e della memoria.

Oggi pomeriggio, mentre il cielo sopra di me esplodeva del suo azzurro più bello, più intenso, le gambe mi conducevano in giro, sognanti, verso il cancello del don Bosco Sampolo. Ora, i miei concittadini amano misconoscere il valore, e non sanno – o fingono di non sapere – che il don Bosco Sampolo è un vecchio oratorio, grandissimo, nel bel mezzo di una strategica area della città, che ha scatenato gli appetiti di forti potentati, più potenti perfino della Chiesa cattolica apostolica e romana. Per molti anni, insieme alla signora Lia,  battagliera donna, e a tanti ragazzi, okkupammo quel luogo. Per farci cosa? Alcuni mettevano in piedi laboratori ricreativi e di animazione per i ragazzi del quartiere (è il quartiere dove hanno ammazzato Paolo Borsellino), altri ci facevano catechesi e funzioni religiose, altri ancora vi impiantavano associazioni musicali o ginniche. Una mia cara amica ed io, dopo anni di volontariato, mettemmo in piedi un laboratorio di teatro per ragazzi. Anche questo laboratorio i miei concittadini amano dimenticare che sia esistito, e se cinque o sei anni di attività non fossero stati coronati da premi e riconoscimenti nazionali e internazionali (a casa ho una pila alta così di targhe e coppe) non saprei proprio cosa opporre ai miei amici palermitani: un gruppo di ragazzi ex scapestrati, tirati fuori dal fango e dalla miseria, che oggi studiano e lavorano, nel rispetto delle regole? Figli della strada che hanno imparato ad amare la vita, la cultura, il teatro? Forse sarebbe troppo poco.

Adesso l’ironia, e la rabbia, mi permettono di raccontare le cose con distacco. Ma oggi pomeriggio, mentre poggiavo la testa sul cancello del don Bosco Sampolo, soffrivo. Anonimi potenti ci hanno strappato il nostro Donbi, chiudendolo a tutte le attività che erano il vanto di quel quartiere rinato dopo il tritolo del ’92. Siamo stati sbattuti fuori, e nessuno, nessuno di quelli che oggi okkupano Zisa e Garibaldi ci ha cagati di striscio. Quelli del Garibaldi sono giovani, eroi, e artisti; a noi Repubblica ci ha riservato un trafiletto in cui si insultava la signora Lia come fanatica. E ricordare tutte queste cose, e il trasloco grottesco in cui siamo dovuti scappare da lì, dalla nostra seconda casa… Il vento mi ha trascinato via, e sono tornato nel mio quartiere, al Capo. Chi non conosce Palermo deve sapere che il vecchio mercato di stampo arabo, appunto il Capo, confina con il Tribunale, anzi, l’uno penetra nell’altro senza alcuna soluzione di continuità. Come dappertutto in questa città, le aree sono molto segmentate, ma violentemente: accanto a uno splendido palazzo del ‘600 coabita una cloaca immonda, e un condominio mezzo diroccato dalle bombe della Grande Guerra. Così è per il Capo e il Tribunale: da una parte le stradine buie a ogni ora del dì e della notte, i torsoli di ortaggi e l’acqua sul selciato; dall’altra il palazzone fascista, di un grigio-bianco accecante, e i bambini scorrazzano indifferentemente dagli uni all’altro, con lo sbirro e il venditore ambulante all’uno e all’altro… capo. Bene. Sono tornato lì, e i miei amici che non sono palermitani devono sapere che c’è una piazzetta, modernissima, tra quella che è l’entrata del Tribunale (l’entrata per i comuni cittadini, di lato, non quella di facciata che dà su piazza Vittorio Emanuele Orlando, quella la usano solo loro) e le vecchie strade del quartiere, che va giù, verso il Papireto. Questa piazzetta è decisamente squadrata ad angolo retto, ed è delimitata da dei gradoni, sui quali sono stati segnati molti nomi delle vittime di mafia. Naturalmente, come tutte le cose moderne, è brutta da morire, ma i gradoni sono all’ombra, e avevo voglia di sedermi, e ho scelto di sedermi sopra Francesca Morvillo, a guardarmi intorno. Oh che tuffo al cuore! Era pieno di bambini e mocciosi, e ragazzine e giovanottoni, e madri di famiglia, di tutte le condizioni che madre natura possa presentare, e sono sicuro che essi sono ancora lì, a scorrazzare e giocare e litigare in piazza, mentre io sono qui a scrivere di loro. Pensavo che le piazze servono a questo, a far socializzare la gente, e vedere quelle belle canagliette imparare a stare insieme, abbracciarsi, contendersi la palla, girellare con la bicicletta, creare il mondo nello spazio vuoto, mi ha avvinto fino all’emicrania. C’erano bimbe che facevano i compiti, altri che giocavano a fare i grandi, e giuro di non aver visto telefonini, ma tante forcine per i capelli e fiocchi sgargianti. E c’era un gruppo di donnette e di ragazzini che sedeva accanto a me, e avevano l’aria di star lì come d’abitudine, a ogni stagione, tra Rosario Livatino e Giovanni Falcone. E la memoria è tornata di nuovo a farmi male. Altro che cerimonie e navi della legalità e vecchi presidenti della Repubblica dalla voce rotta dal pianto! Quanto devono essere contenti, nell’aldilà, il giudice ragazzino e il buon Giovanni, a vedersi sulla testa questi monelli che giocano! Il sorriso del dottor Falcone ho ricordato. Indelebile. E ironico, sì che era ironico! Ma buono, in sostanza buono come un pezzo di pane di Monreale.

Ho guardato di nuovo il cielo azzurro sopra di me. È maggio, ho pensato. Maggio è il mese della memoria, della Madonna e delle fragole. La prima, per oggi ha dominato. Le fragole non le posso mangiare. Mi resta la Madonna.

Francesco Affronti

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