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In terza liceo abbiamo fatto il viaggio di istruzione in Ungheria e in Austria. Alloggiavamo in un hotel a Budapest, vicino a un orribile centro commerciale che si chiamava il Mammuth. Grigio e luminoso di giorno, grigio e nero di notte, e vi convergevano i peggiori malacarne dell’Ungheria. E anche noi, desiderosi di vivere qualche avventura pericolosa, nell’incoscienza cretina dell’adolescenza. Di che stampo poi fossero quelle avventure, si può riassumere in due parole: alcool e mariuana. Una notte, una sorvegliante dell’hotel, che ci aveva beccati su un terrazzino a fare chiasso, minacciò di chiamare dei vecchi energumeni sovietici per farci pentire di essere nati. Un mio compagno allora, con molta calma, tirò fuori dalla tasca la carta di identità. La aprì, e fece leggere il suo cognome alla kapò. La donna impallidì, e andò via in tutta fretta, lasciandoci smascellare dalle risate e continuare i nostri imbecilli bagordi. Il cognome del ragazzo, che tanto l’aveva terrorizzata, è Buscetta. Non che ci fosse un legame familiare tra lui e il mafioso, ma quella non poteva saperlo.

Tutto questo mi è tornato alla mente oggi, quest’oggi che un attentato ha ucciso delle ragazze a Brindisi, in una scuola intitolata a Francesca Morvillo Falcone, nell’imminenza del ventennale della strage di Capaci. E mentre si accavallano le ipotesi, e fra qualche giorno si vota per rinnovare il sindaco, e manifestazioni in tutta Italia si preparano per lo sdegno e per ricordare il dottore Falcone, e i leghisti esprimono solidarietà, e a Brancaccio brillano fuochi d’artificio (perché? Che si festeggia? La prima comunione di una ragazza dalla famiglia di cattivo gusto o qualcos’altro? E cosa?), e anche la disperazione, ancora, è per noi un lusso, ecco impallidire nella mia memoria quelle parole, di luce giallastra, che Tommaso Buscetta disse al giudice Falcone, quando decise di collaborare con la giustizia: Voi potrete pure acquistare notorietà per quello che fate, ma la partita con Cosa Nostra non si chiuderà mai più.

Che sono parole cattive. Ma oggi mi sento cattivo. E non vorrei esserlo, e vorrei che vivessimo in un Paese normale, e che tutto questo finisse, finisse, finisse.

Francesco Affronti

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