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Bene. Oggi è il giorno in cui Ferrandelli scopre di avere il pisello più piccolo di Orlando. E quello in cui io avrei fatto bene a fidarmi più del principe di Lampedusa che degli italiani*, eppure entrambi, dico io e Ferrandelli, abbiamo perso a metà: io non faticherò granché a riconciliarmi con la realtà, a lui lo aspetta l’ultima battaglia per superare i 50 cm più 1, un’altra decina di giorni terrificanti, con un Orlando troppo spesso ma a ragione soprannominato Furioso – e voglio sperare che pacchi di pasta e facce da terzo polo spariscano dal confronto elettorale.

Oh, come rimpiango i primi tempi di questa campagna elettorale, quando ancora Orlando non c’era e io fui perfino tentato (ora posso dirlo) di votare Fascio, e tutto ci appariva divertente e leggero come un cabaret! Il generale Pappalardo che progettava di far uscire Palermo dall’euro e di spedire i rifiuti nel Sole, i video su Youtube in cui il compianto Costa chiamava la sua mammina e ci faceva sbellicare dalle risate, il furbone proprietario dell’outlet PrimaVisione, candidato come consigliere, che elargiva alla città manifesti pubblicitari del suo negozio col suo faccione sopra **, l’altra buonanima della Caronia in tv circondata – pardon, accerchiata – da cani e facce da galera, e i cugini, gli amici, le fidanzate candidati a loro insaputa nelle circoscrizioni, le sgrammaticature nei programmi…

Allora ne ridevamo, senza renderci conto che stavamo prendendo per il popò un malato terminale. Adesso è troppo tardi per rimediare, il finale esige ancora 20 giorni, un’agonia lunghissima, cui si dispera di far fronte.

La mia personale goccia che ha fatto traboccare il vaso non è stato lo scontro a colpi di pugnale tra gli orlandiani e ferrandelliani, detti anche orlandelli, e che si protrarranno fino a che il più forte tra i due si caricherà il cadavere dell’altro sulle spalle e lo getterà ai cani, né mi hanno destabilizzato le merende distribuite nei borghi dai fascisti, o i 3500 sms quotidiani di conoscenti-candidati che ho imparato a ignorare, né in fondo i loschi figuri appostati sotto casa mia (abito vicino a una scuola in cui si vota), pronti a dare santini durante le ore in cui si è votato, quanto l’inizio e la rottura del silenzio elettorale. Credo che non abbia niente a che fare con la politica, né col rispetto delle leggi. Al fondo, è una questione di buon gusto.

__________________________Francesco Affronti scrisse__________________

*Bah, gli italiani! Ma che ne devono capire, loro? In fondo non ci capisco niente manco io. Per fortuna che Mill mi ha insegnato che «tutte le nostre convinzioni più fondate non poggiano su altra salvaguardia che un invito costante a tutti a dimostrarle infondate». Non che sia stato dimostrato del tutto. Quel senso di disperazione resta. Ma è bello constatare di essersi sbagliati. O meglio: di essersi sbagliati?)

**Oggi mi domando: ma allora chi li ha pagati? Lui, come imprenditore che faceva pubblicità al negozio, o noi, con quella pinna di fegato che è il rimborso elettorale? A pensarci, su quei manifesti mancava un’indicazione elettorale qualunque (nessun simbolo partitico, nessun votami) ma ho il sospetto che nel culo ce la siamo presi noi, comunque.

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