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– Perciò: l’altro giorno ero con mia nipote, dovevamo comprare quattro stracchiolaggini, e passammo davanti alla farmacia. Passo, e vedo un casciabanco fuori, di ferro – e ci faccio a mia nipote: che è sta cosa? E lei mi fa: niente, niente nonna, sono cose laide, lascia stare, non guardare. Poi me lo spiegò mia figlia, che cosa era… Che vergogna! Oggi si può fare tutto! – e con la mano agitava la vergogna davanti al suo naso.
– I tempi cambiarono, non sono più quelli di una volta! – la signora sbuffò la polvere sulla scatola della stoffa. Troppa sporcizia c’era. Ma quando mai uno ci ha il tempo per fare un po’ di pulizia?
–  Che le devo dire, signora mia? Siamo fatte vecchie!
–  Ne vuole un metro di fulard?
–  Ma ce ne metta anche un metro e mezzo, non si sa mai! Che a togliere è meglio, se poi la stoffa manca uno la deve buttare ed è un’incoscienza.

La signora Curcuruto tagliò il pezzo di federa a occhio, col suo forbicione grosso, gli occhiali in bilico sul naso. Non ci vedeva buono, ma ancora le misure le sapeva prendere, cincino più, cincino meno.

– Siamo vecchi e dobbiamo fare largo ai giovani.
– Sì sì, la situazione è brutta, noi solo consigli possiamo dare. Ah, ma senta: lei ha suo nipote, dice che se gli diamo il voto li impostano bene.

La signora Curcuruto si riaggiustò gli occhiali sul naso, e poi se li tolse di nuovo, a catenella sul petto.

– E chi è questo che dobbiamo votare?
– Non mi ricordo come si chiama, aspe’… A quello giovane, domenica fanno un incontro alla Zisa per parlare… Ferrandì si chiama.
– Ah.
– Ma non sono votazioni vere, è per scegliere quello che poi si candida. Non ci capisco niente, insomma. Dice che se lo votiamo mia nipote forse un posto lo trova. Perché non ci porta pure a suo nipote, domenica, alla Zisa?

La signora Curcuruto non disse né sì né no. Doveva dirglielo a sua figlia prima. E infatti di pomeriggio quando la figlia passò dal negozio lei glielo disse che, se voleva, poteva portare a quello sforcato di Gaetano alla Zisa. Ma – di domenica? Quando, di mattina? I tempi sono cambiati, uno alle undici di mattina dovrebbe andare in chiesa, no a fare i giretti ai giardini della Zisa, come i ragazzini. Ma vabbè, se può servire per trovare un posto, con sto Ferrandì… Basta. La signora Curcuruto decise che alla messa ci andava di sabato pomeriggio, tanto è la stessa cosa. Gaetano comunque in chiesa non ci va, né di sabato né di domenica, l’importante è che di mattina si alzasse presto e ci andrebbero assieme.

 Il nipote poi verso le sei andò anche lui nel negozio, che sua madre ce l’aveva detto. E con la nonna concordarono che domenica alle dieci la passava a prendere e sarebbero andati alla Zisa con la macchina.
La domenica, già alle otto, la signora Curcuruto si era preparata, mentre il vecchio ancora ruminava i quattro ceci della colazione. Non era contento lui. Certo, per suo nipote si toglieva pure il pane, ma se tornavano tardi a casa chi la cucinava la pasta? E lei gli disse di non preoccuparsi, ché facevano presto: piuttosto pensasse di darsi una lavata in quattro e quattr’otto, così poi andava a comprare i cannoli, ché a Gaetanuzzo i cannoli ci piacciono alla domenica. Il ragazzone venne a pigliarla sotto casa, puntuale – perché comunque Gaetano è un bravo figliolo: la sera avanti aveva passato due orette con la fidanzata ma poi se n’era andato a dormire presto, perché a sua nonna la tiene su un palmo di mano. Mentre posteggiava, la signora Curcuruto gli diceva che nella piazza davanti al castello prima c’era tutta terra, e un signore che lei conosceva ci piantava le verdure e le vendeva per strada. Ora avevano fatto tutto lo spiazzo pulito, bianchissimo dalla polvere, con quattro alberi alla punta, e il castello della Zisa sempre là in fondo, giallo e brutto. Vicino alla strada avevano piantato una tenda bianca, per ste cose politiche. Una piccola fila di cristiani nella tenda, e tanti bravi giovanotti che davano i fogli su cui mettere la croce. Arrivati al loro turno gli chiesero pure due euro per votare – ma dove mai s’è vista questa cosa? Ma vabbè, tanto due euro non sono niente. Il ragazzo vide dove c’era scritto il nome di quello e glielo indicò alla nonna. Agnello e sugo, e finì il battesimo! Tutto questo traffico per una croce e due euro? La signora Curcuruto era assai stranita, la signora Ginex le aveva parlato di un comizio, ma qua comizi non ce n’erano. Lo sa Lui quello che è! Usciti dalla tenda, la vecchia donna si guardò intorno alla piazza, ma dalla parte dove guardava lei c’erano degli alberi.

– Senti Tanù.
–  Sì, no’.
– Facciamo una passeggiata a piedi, ti voglio fare vedere una cosa.
– Andiamo.

E scesero tutta la piazza, a lato agli alberi, fino a via Withaker e poi attraverso una straduzza si trovarono nella parallela di via Withaker. La memoria alla signora Curcuruto le camminava bene, meglio dei suoi piedi. Tutta quella strada le aveva tolto il fiato di bocca. Gaetano si guardava intorno, per vedere che nessuno li guardasse con gli occhi storti, né a lui né a sua nonna.

– Statti tranquillo Tanù, qua nessuno ci inquieta.
– Sei sicura no’?
– Sì figliuzzo. Quando io ero una bambina mio padre qua lavorava. – e col dito indicò un cancello azzurro, che era aperto, con la strada che entrava dentro, a perdita d’occhio.
– E che c’era qua?
– Tutta questa zona  – ora, non mi ci raccapezzo più tanto bene – erano i cantieri della Zisa. Leggi quello che c’è scritto là: “Cantieri culturali alla Zisa”.
– Culturali? Che significa?
– Non ne so niente, queste sono cose moderne. Qua c’era la fabbrica Ducrò, si facevano mobili. Ma mobili buoni! Belli, cose per gente elegante che uno non si può manco immaginare! Mio padre buonanima era falegname, e lo avevano preso qui – credo che a tuo zio gli sono rimaste le cose del nonno: qualche sega, il sirracolo, la raspa, il chianozzo (ma non lo usava mai tuo nonno, il chianozzo) e forse ci ha anche il girabacchino… cose vecchie, oramai! Dai tempi di mio padre!
– E tu venivi qua?
– Certo che ci venivo! Ma tipo ero piccola, potevo avere tre-quattro anni. E lui mi faceva dei giocattoli col legno, e io ci giocavo cogli altri bambini. Tutti figli degli operai.

La signora Curcuruto si girò un attimo la testa, come per osservare un muro mezzo scrostato, ma in verità ci aveva le lacrime in pizzo nella gola. E si ricordò di quell’odore unico, fatto di segatura, degli smalti passati sui mobili, e tutti gli olii dei macchinari, rovesciati nella polvere, fuori, con lei che ci saltava dentro per schizzare il fango ancora più lontano, e le legnate che poi prendeva a casa, dalla mamma!

– Vecchi tempi, figliuzzo. – La signora Curcuruto sorrideva, e Gaetano la guardava sorridendo lui pure, perché vedeva che alla nonna le lucevano gli occhi per i ricordi belli dell’infanzia.

Una colomba passò proprio vicino alla sua testa, che quasi si spaventò. Gaetano fece una sbracciata per allontanare l’uccello e gli buttò una vociazzata.

– Ci mancavano le colombe! Talè, torniamocene a casa, ché tuo nonno è capace di chiamare i carabinieri. – cominciarono a muoversi, girandosi attorno, per risalire su via Withaker. La signora Curcuruto ritornò a pensare alla politica e al comizio che lei si aspettava di trovare. Anche la signora Ginex non s’era vista, né lei né sua nipote! – Boh! Ma sto Ferrandì tu lo vedesti?…

Francesco Affronti

One thought on “I cantieri della Zisa

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