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Che strano paese Serra San Quirico! Appena arrivato, il venerdì santo, mi ritrovai in mezzo a una via crucis su e giù per la montagna, con il baldacchino del Cristo da trasportare, insieme a gente che non avevo mai visto prima. Poi la Lucarini che mi avvince con la Resistenza e l’antifascismo. E sì, eh: se ci sono due cose che accomunano tutti gli italiani, da Sud a Nord, quelle restano il cattolicesimo e la costituzione. Il Resta con noi Signore la sera era proprio il medesimo che mi avevano insegnato da piccolo, laggiù in Sicilia, e l’antifascismo che respiravo era lo stesso che avevo nel sangue, tramandato insieme all’anemia e alla forma delle orecchie. E fu così che trascorsi il giorno di Pasqua insieme alla buona nonnina che aveva sconfitto il fascismo. Trascrivo, dal mio diario:

«Il mio secondo incontro con Elia avviene oggi, giorno di Pasqua (24/04/2011). Arrivando in via Gramsci, nella tarda mattinata, la vedo con Alina, la badante, mentre attraversa la strada dopo aver fatto una piccola visita ad una vicina di casa. Borbotta: “Ma che Pasqua è questa? Io non le ho mica sentite suonare le campane, oggi!”; la vicina le dice che sì, le campane hanno suonato. Devo dire la verità, non le ho sentite nemmeno io, anche se mi sono svegliato molto presto. Elia le fa: “So’ cieca, mica so’ sorda io”. E mi viene incontro, e mi dice: “Quand’eravamo piccoli e suonavano le campane mia madre ci diceva ‘Correte!, correte! Che vi fa bene!’” e ride un po’, come a dire: e che bene mai può fare correre dietro al suono di una campana? Mi dice che la campana del paese, almeno una volta, era bellissima, rifinita in oro, e faceva suoni meravigliosi. Entriamo in casa. Una casa che reca, fuori, accanto alla porta, una sorta di cippo, una piccola colonnetta, fatta dal babbo; mi spiega che il babbo ha costruito l’abitazione nel 1889. I suoi vivevano coi genitori, ma erano ventiquattro in casa, e si rese necessario il distacco. Distacco che fece molto male al nonno: “Tu non mi puoi fa’ questo!” disse al babbo. Il babbo, e la mamma anche, provarono a convincere il nonno ad andare con loro, e fecero anche in modo che la nonna lo convincesse. Ma lui non volle spostarsi, e ancora oggi, a più di cent’anni dalla costruzione della casa, in cui vennero ad abitare nel 1900, Elia sembra provare una sorta di dispiacere per quell’avvenimento. “Io non ho avuto niente dalla vita”, mi fa. “Ho perso mio marito troppo presto, siamo stati solo quattro anni assieme e figli non ne sono venuti, per cui…”. La casa, con più stanze costruite negli anni per far posto ai fratelli, alle sorelle, ai nipoti, pare vuota oggi, senza più nessuno. Nondimeno non vogliamo farci prendere da alcuna tristezza. Facciamo delle foto assieme, anche con la pecorella: “Quando ieri hai parlato della mamma, poi ho detto ad Alina: ‘Questo è un bravo ragazzo’. Mi piace sentir parlare della mamma, la mamma è la cosa più importante del mondo.” La giornata si annuncia per me molto materna, come ieri m’era parsa tanto papà-centrica. La casa di Elia è di quelle antiche, calde, coi soffitti in legno e il camino, spazi piccoli ma che riescono tanto comodi.  Faccio la conoscenza del nipote di Elia, Tonino. Sta preparando la festa del Primo Maggio, ed è tutto un inviare mail a destra e a manca. Gli do una mano, e lui mi parla dei familiari morti durante la Resistenza, o dopo. Ha preparato un comunicato stampa sulla festa, organizzata dall’A.N.P.I. di Serra, con una storia di Elia. Mi dice che ha preferito omettere alcune cose, che potrebbero essere mal comprese. E mi parla di quel cugino, geometra, impazzito a causa dei nazi-fascisti. Si tramanda che questi fosse costretto a scavare delle trincee, le famigerate fosse comuni dove i tedeschi fucilavano i prigionieri, e questo lo sconvolse per il resto della sua vita. E mi racconta un aneddoto a riguardo: quando, finita la guerra, un vicino di casa una volta si trovò a scavare una canaletta per convogliare l’acqua piovana, il cugino gli si fece addosso ad aggredirlo. Probabilmente l’atto dello scavare una piccola fossa aveva risvegliato in lui dolorosi ricordi. E ancora, quando passavano aerei sopra i cieli di Serra, il rumore lo atterriva, e andava a nascondersi. E mi dà altri dettagli sull’altro nipote di Elia, ucciso dai tedeschi nel ’44, in un’imboscata, vicino Trento. E ancora mi narra delle sorelle di Elia, quelle che andarono a fare la Resistenza in Francia, e tra le carceri e adunate segrete conobbero Nenni e Pertini. Sento che questa famiglia ha fatto un pezzo importante della storia d’Italia, col sangue e con la sua caparbietà. E poi Tonino mi racconta di alcune suore, che tengono una casa di riposo qui vicino, in linea d’aria sopra via Gramsci, e sono amiche della zia.  A ogni Natale Elia porta su doni, e roba da mangiare, e sapone e dentifrici, e loro la vengono a trovare: non per pregare però! Come amiche. Anche un prete è suo amico, mi dice Elia. Però anche lui come persona, non come prete. Qualche tempo fa sono stati a discutere e lui, alla fine della conversazione le ha chiesto se poteva darle un bacetto. “Allora vuol dire che l’ho convinto, no?” mi fa Elia. Intanto si fa il pranzo. La signora mi avverte, come a volersi giustificare: “è un pasto povero”, ma io la tranquillizzo: “L’importante è stare in compagnia!”. Prima del primo prendiamo delle olive, senz’olio ma non amare, come sono di solito le olive secche. Inutile dire, le ha fatte lei. Mangiamo una minestra del luogo, la pasta reale (“L’abbiamo fregata al re!” scherza Elia), un brodo accompagnato da una pasta a metà tra la farina e il pane, a piccoli pezzi, fatta con noce moscata e altri profumi ancestrali. Alina la porta in tavola con un pentolino d’alluminio, anch’esso d’altri tempi. Mi sento davvero a casa. Serra, e non so quanto ne sia cosciente, sembra conservare dentro di sé tutti i riferimenti culturali italiani, e li riconferma, li reitera, producendo in me, che vengo da una città lontana, proiettata verso il futuro, una nostalgia e insieme una sicurezza per quello che siamo, e sì: mi sento tanto italiano, sono tante le cose che ci accomunano e ci rendono simili. Il pranzo in famiglia; l’affetto per i cari; il modo di stare in tavola. Per secondo c’è anche qui, in questo piccolo paesino, in questa piccola grande casa, agnello. Tenerissimo e dolce, nonostante il rosmarino e l’aglio. Elia non ne è contenta: le sembra ‘sciapo’. In tavola c’è una crema che non ho mai visto e che mi incuriosisce: color vinaccia, è una mistura di rape e non so più bene cosa, e l’assaggio, insieme a dei carciofini. Mentre mangiamo Elia riceve tante telefonate d’auguri da nipoti e parenti che stanno a Roma, o a Firenze, o più lontano ancora. Ad alcuni si permette di dire: “Grazie, ma il Primo Maggio è più importante!” con quel suo sorriso dolcissimo e deciso. E poi viene il dessert: Tonino vuole che sia io a tagliare la pecorella di martorana. Facciamo un brindisi, come si fa anche a casa mia quand’è festa: per i parenti vicini e lontani, chi sta bene e chi non c’è più. Spumante dolce, come piace a me. Mi offrono dei biscotti di qui, fatti col formaggio e il limone. Io e Tonino ci dividiamo anche la colomba. La pecorella, avevo dato il culo ad Elia. Della colomba ora vuole la testa: “Non posso prendere sempre il culo!”

Ci salutiamo teneramente dopo il pranzo. Tonino continua a lavorare per la festa del Primo Maggio e del compleanno della zia. Dichiara che è una bellissima iniziativa quella del Teatro Giovani *, i giovani danno una grande gioia a zia Elia; condividere i valori è un modo per educare i ragazzi, porli in modo critico rispetto agli eventi. Certo, io penso che ventinove edizioni sembreranno ad Elia una inezia, ma anche lei mi dice ch’è una bella cosa. Alla porta mi invita alla festa di giorno 1. E abbracciandomi mi dice di salutare la mia mamma.»

* Allora lavoravo alla XXIX edizione della Rassegna di teatro per ragazzi che si tiene ogni anno a Serra San Quirico. 

F.A. scripsit

2 thoughts on “A un anno di distanza (3) – pranzo di Pasqua

  1. Carissimo, giusto per farti sapere, nel caso in cui non te ne fosse giunta notizia, che la cara Elia ci ha salutato poco tempo fa…

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