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E così mi aggiravo per Serra San Quirico, un piccolo paese piccino picciò e da lì Palermo e  l’Italia intera mi apparivano meschine e ridicole. Sarà che in quel tempo l’unica cosa che agitava i media erano le nozze di William e Kate, o che il fu Berlusconi era divenuto un elemento di natura e quasi non ci stupiva più. E salendo e scendendo per via Gramsci, la strada che percorrevo ogni giorno per lavoro, incontrai una signora straordinaria. Cento anni di lucidità. Per noi l’unità d’Italia erano i centocinquanta anni, per lei era Pio IX il boia. A dispetto del tempo, che mi mancava sempre, avrei parlato a lungo con Èlia Lucarini. Che grande raccontatrice, che vita straordinaria, tutta spesa per la giustizia sociale! Quella che segue, una delle conversazioni che ebbi con lei. Il giorno prima di Pasqua.

Non è tanto un’intervista, quanto una piacevolissima conversazione quella che ho avuto con una donna saggia e intelligente, Elia Lucarini, nel primo pomeriggio di giorno 23 aprile 2011. Mi hanno detto che è la donna più anziana del paese, che è stata staffetta dei partigiani durante la Resistenza, che rappresenta la memoria storica di Serra San Quirico. Immaginavo una signora sepolta nelle vestigia gloriose del passato che diede nascita all’Italia repubblicana. Ebbene, mi sbagliavo: ho incontrato una donna con un gagliardo passato ma fortemente attaccata agli eventi del presente, informatissima, più che lucida: una vera e propria donna sapiente. Quando, ad un certo punto della nostra conversazione, mi ha detto di essere non vedente, non ho potuto fare a meno di sorprendermi: perché Elia è tutto tranne una donna resa minore dal difetto della vista. Anzi, come i poeti delle età antiche, si può dire di lei che sia chiaroveggente. Vede al di là di quello che noi comprendiamo nell’immediato, con la chiarezza di chi fa due più due. Come quei poeti, è insieme araldo della Memoria e scommessa sul futuro. Le mie domande sono state pressoché inesistenti. Di tanto in tanto intervenivo, ma lei mi preveniva, e spiegava, entrava nel dettaglio, ampliava il discorso. Una straordinaria comunicatrice. Ha parlato di tutto, partendo dallo Stato Pontificio fino ad arrivare alla politica d’oggi. Papi, partigiani, carabinieri, Gesù, compagni e spie: ha passato tutti al filo della sua lucidità. L’unico nome di cui ha continuato ad avere il riserbo di pronunciare, pur riferendovisi, è stato quello di Berlusconi. Elia ne parla come di “Quello lì”, “Lui”, o senza nemmeno prestargli un pronome. Alle soglie dei 101 anni lotta, lotta, lotta.

Il prossimo 10 maggio terminano i miei 100 anni. Abbiamo combattuto sempre contro il fascismo e contro quelli che volevano farci lavorare per non avere in cambio niente. Mio padre ha cominciato ha 18 anni. Aveva tanta fiducia e seguiva buone direttive. Allora c’erano i preti che comandavano. C’era quel papa che ha fatto ammazzare tre giovani di qui, di Serra San Quirico…

Un papa? Che papa?

Sì! I giovani reclamavano e allora ha detto che erano sovversivi e li han presi e gli han fatto tagliare la testa, qui vicino, a Fabriano, nel 1852. Poi quando morirono la gente gridò che erano innocenti. La gioventù ha iniziato qui la sua lotta politica, intorno al 1867. E il mio babbo anche. Nel ’13 ad Ancona ci fu la Settimana Rossa e mio padre e mio fratello furono arrestati, insieme ad altri. Rimasero in prigione per sei mesi, da giugno fino a novembre. Allora c’era molta disparità, come sta succedendo oggi: oggi stiamo male, Quello ragiona solo per lui. Io non ci credo alla televisione. E ci parlo coi preti! Perché Dio fa i miracoli a te sì e a me no? Non siamo penitenti uguale? Che razza di Dio è allora? Anche la Resurrezione: la data ora è un giorno, un altr’anno un’altra. Non c’è più il vero, bisogna ragionarlo. Cristo avrà lottato, e tanto. E alla sua morte sarà stato molto doloroso per quelli ch’erano con lui. Ci saranno stati reclami e l’han santificato, no?

Io non ho studiato, eravamo sette figli e il mio babbo non voleva far studiare uno o due e gli altri no. Abbiamo fatto solo le classi elementari. Ma la lotta è stata dura. Dopo la guerra del ‘15/’18 – mio fratello ha fatto cinque anni: è uscito di prigione e ha fatto il militare. Poi è venuto il fascismo, e noi siamo stati contro. Venivano i carabinieri a perquisire casa, pensando che ci fossero armi. Ma il mio babbo non teneva armi, lui diceva sempre: “A che mi servono le armi? Io devo ragionare con le persone, e non andarci con l’armi addosso!”

Mio nipote, un figlio di mia sorella, è stato fucilato, a 18 anni, perché era partigiano. Era sceso dalla montagna per prendere qualche sostentamento, e c’è stato qualcuno che ha fatto la spia. Era con un altro ragazzo, quello s’è salvato perché è scappato, dentro al cimitero. Lui stava facendosi una sigaretta, e non ha visto che aveva i tedeschi di fronte. E fu preso. Un altro figlio di mio fratello invece è impazzito perché l’han preso e gli facevano vedere ad un altro mentre l’ammazzavano. E gli dissero “Domani tu kaputt”. E uscì fuori di testa. Era… Geometra. Non l’hanno poi ucciso perché mio fratello, che stava a Macerata – il Prefetto era cugino della moglie di mio fratello – gli sono andati a dire: “Se ammazzano mio figlio, domani ammazziamo te”, e l’han salvato. Ha poi vissuto fino al ’94. Ha tanto sofferto. C’era dei momenti che non capiva niente e bastonava pure i genitori.

Io ho sposato mio marito che era della Guardia di Finanza. Nativo di Riva del Garda, lavorava a Oronzo, in prov. di Belluno. Un giorno fu trasferito vicino Udine, e lì dovevano trovare i partigiani. I tedeschi erano pronti per fare un massacro. La caserma dove stava era nuova. Un giorno un partigiano andò dal maresciallo e gli fece: “Tu che servizio fai?” e quello gli rispose: “Non possiamo andare tutti in montagna. Io mi son messo questa divisa, ma mi importa solo di fare il bene del mio paese”. E ci fu una donna che ha fatto la spia e li han presi tutt’e 17, e portati in prigione a Udine, fino all’11 luglio. Il 24 giugno (io stavo a Oronzo, presso un dottore ebreo che era scappato via lasciando la casa libera, mentre arrivavano i tedeschi. Io stavo di sotto e avevo paura. Allora chiedo a mio marito di portarmi da lui. E lui mi disse: “Ti aspetto a Sacile”) andai, ma mio marito non c’era. Lui era uno molto preciso… Ed ero confusa, non sapevo che fare, non conoscevo nessuno. Una signora era scesa con me, e mi chiese se avevo qualche problema. E mi portò con sé, a mangiare. Al ritorno, mio marito ancora non c’era. Allora andai a un telefono pubblico e telefonai in caserma, e uno mi rispose: “Oggi è toccato a lui. I tedeschi l’han portato a Udine, in prigione”. Io ero disperata. Non avevo soldi, non conoscevo nessuno; dove vado?, mi dissi. Quella signora era sempre con me, non m’ha lasciato sola. Ora, in quei momenti il pudore viene meno… Tra tutte quelle cose mi mancavano anche i soldi. “Come faccio ad andare a Udine?”, “Glieli do io i soldi. Gli bastano 200 lire?”, “Sì, mi bastano!” e mi feci scrivere il suo indirizzo, ché una volta arrivata mio marito avrebbe preso la paga e io glieli avrei restituiti. E rimase fino a sera con me, alla stazione. E mentre stavo lì è arrivata un’altra signora, insieme al marito, che conoscevo. È stata una salvezza. Il genero gli era stato preso dai tedeschi, e insieme siamo andati a Udine. Lì, fummo ospitati da una famiglia di contadini, brava gente. Non andavo a mangiare fuori un coperto, te dicevano ch’era coniglio, ma erano gatti. Preferivo mangiare verdura cotta. Mangiavamo con loro. Rimasi lì fino all’11 luglio. Ho visto mio marito partire, e non ne ho saputo più niente. Finché nel ’48 mi arrivò la notizia che era stato ucciso nei campi di sterminio. Di quei 17 solo due sono tornati. Poi, io, sono andata dai genitori di mio marito ma lì c’era la loro famiglia, le sorelle sposate… E allora tornai dai miei. I miei due fratelli erano entrambi partigiani, e i miei genitori stavano soli. Due sorelle erano a Parigi, a lottare contro i fascisti (ci sono poi rimaste 40 anni, poi una mia sorella è tornata e ha vissuto con me fino a 100 anni, quand’è morta).

Babbo non dava fastidio. Reclamava per tutti da vivere. “Io lavoro  – diceva – e tu mi devi corrispondere”. Per i figli e per tutti gli altri. Io adesso compio 100 anni e il Primo Maggio sono invitata dal sindaco in Comune per festeggiare insieme il Primo Maggio. Lottiamo sempre, anche contro questi qua. Adesso si dovrà votare per mandarli via: ma si fan mandare via, questi? È Lui che comanda: lui interroga i giudici, non sono i giudici che interrogano lui. Mi manca la vista, ma mi faccio coraggio, sono molto coraggiosa, è questo che mi fa dare la vita: ancora lotto, lotto! Avemo lottato sempre insieme. C’ho molti amici qui. Perché Serra è sempre stata rossa. Io so’ comunista. Sono fiera di abitare in questa strada, che è intitolata ad Antonio Gramsci. Prima era via San Simone, poi l’hanno cambiato: gl’è venuto male eh? (ride) E poi han messo via Gramsci. (mi presenta la ragazza che l’aiuta, polacca)

Come fa quello, Bossi? “Roma ladrona!” E adesso che mangia e lecca che glie se deve dire? Ladra ladrona! Quell’altro, russo, che apre i suoi saloni e si compiace… Sfacciati fascisti sono quelli! Però il popolo non capisce! Glie dà il voto! Speriamo adesso che il prossimo voto il popolo corrisponda. Anche nei comuni: è probabile che vada tutto per aria. Io ho chiesto l’accompagnamento e per quattro anni so’ stata senza. Sì, parzialmente ci vedo, ma non riconosco, non distinguo, se becco un gradino che sta all’altezza del pavimento cado. Non leggo più, non posso leggere più. Anche la televisione, non vedo più le persone (alla TV) . E non è giusto, ché solo perché vedo le ombre non mi danno un aiuto. Quei pochi soldi che avevo messo da parte sono finiti, perché la pensione non mi basta. Chi mi aiuta? Ognuno ha la sua famiglia, le sue esigenze, non posso mica pretendere…  Se non c’è qualcuno che mi dice chi è (si riferisce di nuovo alla TV), tante volte stiamo sole (riferendosi a sé e alla badante). Arriva, ora, mio nipote da Roma, mi sta vicino. Qui ho pochi parenti, un po’ sono a Parigi, un po’ a Roma. Dal ’45 sono tornata qui. E ho vissuto qui.

Dovete lottare, lei deve chiamare i giovani. State attenti, non credete a quello che vi dicono, non è vero, non fa niente, solo per lui. Bisogna che le persone… Babbo quanti soldi ha perso!? Li tirava fuori! (sembra pensare qualcosa come: abbiamo la pelle dura). Anche mio nonno era contro, è morto nel ’99 senza prete. Mai abbandonare! Anche quando stiamo bene. Ho un rimprovero da fare ai compagni giovani, che stanno all’opposizione ma non lottano come dovrebbero fare. Come i vecchi compagni, alla fine della guerra: per i malati, per gli abbandonati… C’era tutto. Adesso dobbiamo pagare se stiamo male. Dobbiamo pagare le tasse, le medicine. Tasse ce ne sono tante. Dobbiamo pagare tutto: ma dove vanno a finire quei soldi? Se i nostri compagni avessero detto: noi diamo duemila euro dei diecimila che prendiamo, li diamo ai poveri: allora gli avrebbero dato i voti. Ma questa parola non l’ha mai detta nessuno. Il povero finisce per credere alle cose che dice quello lì. Anche al terremoto dell’Aquila: che hanno fatto? Parole, parole, parole, come diceva Shakespeare. Io mi interesso molto ai fatti attuali. Prima ero abbonata all’Unità, ma ora non leggo: metterò i soldi che spendevo per l’abbonamento per la lotta contro il cancro. Anche solo per comprare quei fiorellini, che si mettono nelle tombe. Noi vecchi possiamo dare un consiglio, ma i giovani devono lottare: per le scuole, per il lavoro, per quello che serve. È possibile fare una famiglia se non c’è lavoro? No.

Ho paura di questi tempi, non è solo l’Italia che sta male. Il momento è brutto. È pericoloso che ci sia la guerra. Speriamo di no, ma se pensi alla Libia… Tutti quei giovani ammazzati, tutti giovani! C’è quella trasmissione, al martedì, Ballarò: c’è tante volte persone che parlano giusto, ma gli altri non sentono. È il popolo che manca, però. Perché se il popolo è unito… Quando eravamo giunti che c’era la Cina, e i paesi dell’est… loro avevano paura, e pagavano dei giovani per rompere questo blocco, e ci sono riusciti! Quelle direttive sono finite, ma è venuto il peggio. Anche la sinistra può sbagliare, ma bisogna stare insieme, non dividere il Partito: dovevamo mantenere il nostro nome, Falce e Martello. Non sono stati intelligenti. Bisogna lottare per i bisogni, poi arrivare a una soluzione condivisa. Non dividere! Anche quello, non era comunista, ma era un brav’uomo, un padre: Prodi. E Bertinotti era presidente della Camera. Ma quella non è stata una vera lotta, a che ha portato? Se ti vengono delle cose addosso, lotti! Noi abbiamo sempre fatto così. Mio babbo disse, sul letto di morte, dal prete che era venuto: “Ho insegnato ai miei sette figli il rispetto delle persone, il lavoro sodo. Noi facciamo Dio: buono o cattivo. Non c’ho niente da reclamare.” Il prete gli disse se voleva ripetere, insieme a lui ”Dio misericordioso”, e mio padre rispose: “S’è per quello…”, ma non lo disse. Il prete se ne andò, e poi ne tornò un altro. Un altro prete! Gli dicemmo che papà non poteva ricevere più nessuno. E lui se ne andò e scrisse su un giornale loro un articolo che recitava: “Ateo morendo va incontro a Gesù”. E io e mia sorella andammo a protestare, a dire ch’erano bugiardi a scrivere quelle cose, c’eravamo tutt’e sette i figli nella camera, e la sorella del babbo, e lui non aveva detto nient’altro di diverso. Mia mamma andava in chiesa, e l’abbiamo portata in chiesa. Ho sempre rispettato le idee dei mie genitori. Ognuno dev’essere libero. Lottiamo per la  libertà di ciascuno. Non tutti possono pensare come penso io. Io non ci credo, però rispettare le persone è giusto. Lavorare con serietà è ancora meglio. Prima il lavoro, i doveri. Dopo si reclamano i diritti.

Noi in casa avevamo tante cose: olive, grano, uva per fare il vino, tutto quello che può dare la terra. Noi stavamo bene, non c’era abbondanza ma c’era il necessario. E aiutavamo molto. Mia madre diceva sempre: “Meglio boccon donato che boccon mangiato”. Meglio dividere quello che c’è: il comunismo in fondo è questo. Aiutare chi non ha i mezzi per permettergli di fare la sua strada. Io non ho mai dimenticato a due anni e mezzo quando vidi mio padre in carcere, ero con mia madre. Era dall’altra parte del tavolo, e  gli gridai: “Babbo! Babbo!”, e il direttore fece dire di portarmi via, ché i bambini non potevano stare. Non l’ho mai dimenticato. Poi siamo andati dal Prefetto, ch’era di Serra. Mamma portava il cappone, era accompagnata dalla sorella del babbo. Questa sorella chiese al Prefetto del babbo, e quello rispose: “Eh! Prenderanno dieci anni di carcere!” e allora lei rispose: “E a chi ha ammazzato?!” e poi gli fa a mia mamma: “Non glielo da’ il cappone, portalo a casa!” (sorride al ricordo di questa zia peperina e senza paura). È stata una lotta continua. Il fratello di mia cognata era repubblicano, e poi si fece fascista, col nastro e il pugnale. Andava in giro con la divisa, ed eravamo contro. C’era una mia sorella che quando lo vedeva diceva “Che vuole sta carcassa?” (ride). Babbo faceva la festa del Primo Maggio e lo incarceravano per tutta la notte. È stata sempre una lotta continua. È morto poi nel ’52. È andato a votare e tutto il resto. Lo accompagnavo io, perché anche babbo non vedeva molto. Quando eravamo piccoli ci diceva sempre: “Stasera, quando andate a dormire, fate l’esame di coscienza. Se avete fatto bene, bene, e fatelo pure domani. Se no, no. Se c’è una piantina storta, gli mettete un bastoncino per raddrizzarla. Lo stesso dovete fare con la gente, se c’è un vecchietto che deve attraversare la strada…” Il mio babbo si chiamava Francesco Lucarini. Ad Ancona, nelle biblioteche, negli archivi c’è tanta documentazione su di lui. Quando mi sono sposata, bisognava andare a vedere per sette generazioni cosa avevano fatto i nostri. Il babbo, sì, era stato carcerato, e glielo dissi al Maresciallo: sì, per politica, ma non perché era un delinquente. Chi capisce rispetta, chi non capisce è contro! Voi giovani: che abbiate un po’ di pace, perché la lotta è sempre; sempre pronti, MAI abbandonare, anche quando abbiamo raggiunto ciò che serve. Lottare continuamente, e stare uniti: l’unione fa la forza, dividi e impera… No? Alla fine della nostra conversazione ho donato una pecorella di martorana alla signora. La grande curiosa mi ha chiesto della martorana, sorprendendosi di capire a cosa si riferisse il cognome di un certo Dottor Martorana, siciliano. Mi ha allora chiesto di me e della mia famiglia e, se non fosse cieca, direi che le si sono illuminati gli occhi quando le ho detto che sia la famiglia di mio padre che quella di mia madre hanno militato nell’antifascismo. Mi ha chiesto dove alloggio, mi ha fatto gli auguri e mi ha anche invitato di tornare a trovarla domani, ch’è Pasqua. Ci sarà il nipote. Io le dico che ero venuto oggi ma non sapevo se avrei disturbato, e mi fa tanto onore a volermi anche domani, ch’è Pasqua. “Eh beh” dice “E’ un giorno come tutti gli altri”. Mi ha offerto delle caramelle, e anche il caffè: ma io non bevo caffè, ho invece preso un bel bicchiere d’acqua fresca, e due caramelle. Una al lampone, l’altra alla fragola. Ho salutato la straordinaria vecchina e la sua badante, augurandogli buon pomeriggio. 

 (continua)

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L’articolo è stato pubblicato, in forma ridotta, sul numero II del 01/05/2011 de Il Siparietto, giornale ufficiale della XXIX rassegna nazionale del teatro della scuola di Serra San Quirico (AN).

Francesco Affronti scripsit

One thought on “A un anno di distanza (2) – Passione

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