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Poche sono le sicurezze che ci mantengono in vita. Una di queste, il patrimonio greco. Nemmeno il cristianesimo può vantare tale e tanto dominio sulle nostre coscienze quanto la mitologia, l’epos e le storie degli uomini e dèi. E io ne sono convinto: il mondo non finirà fintanto che sapremo chi sia Zeus, Ulisse e Medea.
Qualche mese fa, mentre scoppiava l’estate, mi sono trovato a dirigere le prove di una messa in scena delle Troiane, di Euripide. Ci eravamo messi a provare al Foro Italico, quella spaziosa passeggiata brutta di fronte al mare, piena d’erba sporca che c’è a Palermo. Detto incidentalmente, è l’unico punto della città da cui si vede il mare. E grazie al cielo. I palermitani da qualche anno portano a passeggio lì i loro cani e i loro figli, aquiloni e picnic a base di pasta al forno e casse di birra. Le attrici si erano disposte nello spazio e declamavano i loro monologhi struggenti, fatti d’un italiano aulico per italiani aulici, piangendo la sorte di Troia distrutta e le sciagure prossime d’una vita schiavile. Mentre tutto questo avveniva, una bambina (non avrà avuto più di sette anni) si accuccia accanto a me sull’erba e osserva ogni cosa con attenzione. A un certo punto mi tira per la manica e mi sussurra una domanda, che in realtà è più un’esclamazione: «Ma questa è la storia del cavallo di Troia!»
Oh dèi! In quel momento mi si è spalancato (χανών) il cuore dalla felicità. Allora non siamo morti, né le troiane, né i nostri anni spesi sopra il Rocci a cercare aoristi e futuri passivi! Vive tutto ancora, sia in noi che apparteniamo a una già vecchia generazione sia nei bambini barbari, che si nutrono di i-pod e Internet! Può sembrare ridicolo, ma credo che quell’episodio sia la cosa più bella che mi sia capitata negli ultimi mesi.
E così, tra un tè e un caffè, mi va di snocciolare delle suggestioni sull’Iliade. Tra un tè e un caffè: un discorso da bar insomma.

Ira canta, dea, del Pelide Achille 

Tale il primo verso in assoluto dell’intera letteratura occidentale. Questo no, non è rassicurante. Nell’Iliade c’è tutto: la fiction, la tragedia, la commedia, le barzellette, le ricette di cucina, la botanica e l’astrologia. C’è Brooke di Beautiful e Ponzio Pilato, c’è la sigla dell’ispettore Derrick e c’è perfino Facebook. Ma se pensiamo che tutto parte da quel trombone di Achille che si incazza perché quel porco di Agamennone gli ha scippato la schiava Briseide, cadono un po’ le palle per terra. L’ultimo verso dell’Iliade è invece questo:

Così essi davano sepoltura a Ettore domatore di cavalli.

E sarà pure triste, ma è un verso bellissimo. Un contrasto totale con l’inizio, con quei cretini di Achei litigiosi e stupidi come Rambo. I Troiani e il valore altissimo dei loro costumi, la dignità della sepoltura (cucù Ugo Foscolo!), Ettore eroe ma domatore di cavalli, un uomo che lavorava, altro che fare i dispetti come il figlio di Teti. Achille all’inizio, Ettore alla fine. Achille ed Ettore, Ettore e Achille… Ma siamo proprio sicuri che i protagonisti dell’Iliade siano loro?

Lancio una provocazione: credo di no. I veri protagonisti sono…

Francesco Affronti scripsit

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