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Il ‘700 è il secolo delle passioni per eccellenza: i gesuiti si infiammano per qualsiasi cosa che turbi l’obbedienza nei dogmi fino a far bruciare i libri e gli uomini in piazza – e i sovrani li scacciano dai loro regni quando decidono di farsi un’amante; le donne piangono come fontane per un nonnulla, e gli uomini anche: i pittori dipingono scene patetiche fino allo stucchevole, i filosofi parlano della sensibilità e della delicatezza della natura umana, i nobili fan prendere a calcioni nel sedere quelli che si divertono a renderli ridicoli. E sarebbe inutile ricordare che coloro che odiano i nobili affilano l’odio sociale non postando salaci battute su twitter, ma proprio reggendo il paniere per contenere le teste ghigliottinate. Per dirne una: Diderot, che era il redattore capo della Enciclopedia, quando scriveva le sventure della sua Suzanne Simonin piangeva calde lacrime. E non era Rousseau.

In tal senso la Présidente de Tourvel, come abbiamo visto, è figlia del suo tempo: l’amore è una invenzione del XVIII secolo, e lei ne è travolta fino alla pazzia. Prima, nel secolo immediatamente precedente, l’amore era negato e represso. Dal momento che i matrimoni erano solo d’interesse, l’adulterio rappresentava uno sfogo naturale al bisogno d’amore. Ma l’adulterio era la rovina di ogni famiglia: duelli, sangue, ammazzatine, doti e patrimoni strappati e scambiati, con tutta la miseria materiale che ciò comportava. Bisognava dunque paventare l’amore se si voleva vivere tranquilli. Accettare il marito (certo, il discorso è il solito discorso maschilista), esserne una buona amica e amministrare bene gli affari. Nessuno aveva saputo dimostrare di avere tanta ragione nel condurre la propria esistenza secondo queste direttive quanto l’algida Madame de Lafayette (1634-1693). Questa signora aveva passato tutta la vita a schiacciare come nefasta ogni passione, e l’amore più di tutte le altre. Il suo capolavoro, La Princesse de Clèves, che è il primo romanzo moderno * è la storia di una donna sposata che si innamora di un altro uomo, scissa dolorosamente tra il dovere coniugale e l’amore. Sceglie il primo e confessa al marito, che l’ama, di essere innamorata dell’altro. Il marito muore di dolore e lei, rimasta vedova, non sposerà l’amato e si ritirerà in convento a spappolarsi il cuore. Madame de Lafayette non ha dubbi, sceglie la ragione. Ha una esistenza complicata da gestire: i figli da impostare, la fattoria del marito da sostenere, il tutto corredato da lunghe cause legali con lontani parenti per entrare in possesso di beni ed eredità. Se si fosse fatta incendiare dal colpo di fulmine come avrebbe potuto vincere tutte – tutte – le cause in corso? Sarebbe stato un disastro se, per una passione scomposta, avesse trascurato il patrimonio: le rendite sarebbero scomparse e i figli avrebbero dovuto chiedere l’elemosina agli angoli delle strade.

La ragione, la ragione nemica dell’amore, che non mancò mai a Madame de Lafayette, non era così necessaria nell’epoca di Laclos, in cui al calcolo si era sostituita la dissipazione. Non è una questione morale o sentimentale, sia chiaro: è che la sicurezza economica delle classi dominanti si era consolidata fino al capriccio, allo spreco, rispetto al ‘600. E l’amore, che prima gettava le donne e le famiglie sul lastrico, adesso abusava di tutti quelli che, appagati e sicuri delle loro ricchezze, tendevano verso bisogni secondari e voluttuari. Quest’ottica aiuta a capire bene lo sfizio perfido della Marquise de Merteuil quando scrive al Vicomte de Valmont: «Cominciai ad annoiarmi dei miei piaceri rustici **, troppo poco varii per la mia testa attiva; sentivo un bisogno di civetteria che mi riconciliò con l’amore; non già per provarlo, ma per ispirarlo e fingerlo. Invano mi avevano detto, e avevo letto, che quel sentimento non si può fingere; vedevo nondimeno che per riuscirci bastava unire alla fantasia di un Autore il talento di un Attore.» Il cinismo della Merteuil è, in realtà, una sfaccettatura di una più estesa consapevolezza di sé e delle dinamiche sociali. L’amore è una sovrastruttura, e lei lo sa. Perché non approfittarne allora? Rispetto alla Tourvel, siamo all’opposto.

La Lafayette non sarebbe stata fiera delle sue discendenti, queste gemelle diverse partorite a ridosso del grande baccanale romantico. La Tourvel ama e si consuma e perde la ragione; la Merteuil possiede la ragione che la mette al riparo dall’amore, ma si prende gioco di chi non ce l’ha e tende le corde dei cuori altrui fino a spezzarle. E la violenza con cui queste  corde strappate le tornano indietro la colpisce in piena faccia.
D’altronde, in un’epoca in cui il mondo di Madame de Lafayette era andato in malora di fronte al montare delle passioni, quella ragione che la Merteuil ha ereditato è stata pervertita. Non è un caso che la fine sociale della Merteuil coincida con – oh guarda un po’ – la perdita del suo processo contro i parenti del defunto marito. Obbligata a rendere tutti i beni di casa Merteuil, resta senza un soldo, è la bancarotta. No, decisamente, Madame de Lafayette non ne sarebbe stata contenta.

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* Tutti gli ammiratori di Cervantes ammetteranno che Don Chisciotte è ancora pregno delle barocche avventure picaresche

** I piaceri rustici, come li chiama lei, sono semplici sessioni di sesso con gente di campagna, la cui distanza (sociale) la metteva al riparo da ogni sospetto.

One thought on “5a puntata de “Le relazioni pericolose” – Passioni e ragione

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