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Nota introduttiva: continuiamo la riflessione sulle buone norme per scrivere romanzi cominciata qui. Oggi mi lancio senza pudore a rileggere La Certosa di Parma e pongo un quesito: ma un grande scrittore, se gli è lecito derogare dalle norme ecc. ecc., non siamo noi a decidere se è tale?

La Certosa di Parma è un romanzo dell’anno di grazia 1839. L’autore, Stendhal, restò profondamente influenzato da vezzi e mentalità Antico Regime e probabilmente è l’autore meno da diciannovesimo secolo di tutta la letteratura francese. Nondimeno, è celebrato come uno dei padri nobili del romanzo del XIX secolo. Se apriamo i libri di storia della letteratura, leggiamo che Stendhal è un autore realista. Ma se leggiamo questo romanzo di realista scorgiamo ben poco.

La storia è quella di un perfetto imbecille, Fabrizio del Dongo, un cadetto che cresce senza istruzione e viziato dalla madre e dalla paterna zia Gina Pietranera, moglie di un ufficiale napoleonico molto bene in vista a Milano. Il padre di Fabrizio e il fratello primogenito sono terrorizzati da Napoleone e auspicano il ritorno degli austriaci. Quando ciò avviene, la zia Gina si ritrova vedova e costretta a chiedere asilo al castello dell’odiato fratello. Fabrizio, appena diciassettenne, dopo essersi fatto fare l’oroscopo da un monaco astrologo e analfabeta, scappa di casa e decide di arruolarsi nell’esercito di Napoleone a Waterloo. Senza documenti, derubato e sostenuto da un fattore-fortuna non indifferente, assiste alla disfatta del suo eroe e non fa nemmeno in tempo a imparare a distinguere i soldati francesi da quelli tedeschi. A ogni modo, al suo ritorno a casa, il fratello lo denuncia come spia napoleonica e la zia Pietranera, convinta di avere un genio militare romantico e fatale al suo fianco, lo fa rifugiare in Piemonte. Lei nel frattempo ha conosciuto un uomo che le fa la corte, il conte Mosca. Questi è il super-ministro del principato di Parma, e lei decide di seguirlo per diventarne l’amante. L’amante, sì, però bisogna pensare all’avvenire: la contessa sposa allora il vecchio duca Sanseverina per cautelarsi le belle spalle e impone al conte Mosca di spedire Fabrizio a Napoli per farlo diventare sacerdote. Ma un del Dongo sarà ben altro che sacerdote: sarà monsignore. E con questa carica sbarca a Parma, la cui corte, dominata dal pettegolezzo e dagli intrighi, è diventata schiava della bella duchessa Gina Sanseverina, già contessa Pietranera. Il conte Mosca è geloso di Fabrizio, perché la zietta prova un sentimentuccio per il nipote. Ma questi è refrattario a ogni sentimento d’amore. Per tenersi occupato si incapriccia di una attrice di teatro ma il magnaccia di lei, Giletti, è pronto a fare un macello se monsignore gli ruberà la donnetta. Mosca, sentendo il proprio potere minacciato se un suo favorito venisse coinvolto nello scandalo, fa andar via da Parma la compagnia teatrale ma la sorte vuole che al confine con Bologna Fabrizio e Giletti si scontrino e il monsignore ammazza l’attore. Mosca e la duchessa supplicano il principe di Parma di non fare arrestare Fabrizio e questi finge di accettare, firmando anche un documento. Prontamente, l’indomani, ordina l’arresto di Fabrizio del Dongo e lo fa rinchiudere nella Torre Farnese, il locale più inaccessibile della Cittadella-prigione di Parma. A corte è lo scompiglio: il conte Mosca e la Sanseverina non sono più i dittatori del cuore e della mente del principe, e inizia un lungo tira e molla tra opposte fazioni per tirare la giacchetta al ministro Caio, alla nobildonna Sempronia, al principe Ernesto. Nel frattempo, in prigione, Fabrizio incontra Clelia Conti, la figlia del responsabile della cittadella; s’erano già conosciuti un migliaio di puntate prima, quando Fabrizio era esule in Piemonte. Si innamorano, e comunicano attraverso un sistema complicatissimo e segreto. Ma anche la Sanseverina riesce a comunicare a distanza col nipote, con tutto un metodo di segnali luminosi. Lei architetta una fuga e si allea con Clelia, lui vorrebbe restare in prigione per continuare a godere dei topi e dell’amore. Clelia lo convince e lo aiuta, arrivando perfino a far narcotizzare suo padre (tra l’altro lei penserà fino al giorno successivo che sia stato avvelenato). Con una spericolatezza da fare invidia a Rambo, monsignor del Dongo evade. La Sanseverina nel frattempo scappa da Parma, fa avvelenare il principe e si rifugia col nipote da qualche parte in Svizzera. Fabrizio però continua a pensare a Clelia, e la duchessa si sente schiattare dalla gelosia. Nel frattempo a Parma scoppia un tumulto che riporta in auge il conte Mosca e spazza via tutti gli intriganti che lo avevano messo in ombra col defunto principe. Il nuovo sovrano, Ernesto Ranuccio, promette che Fabrizio non sarà messo in prigione e dovrà semplicemente subire un più che compiacente processo. Il conte stappa già lo spumante e la Sanseverina ha già fatto le valigie per tornare a Parma ma non appena arrivati Fabrizio, innamorato pazzo, preferisce tornare alla Cittadella e si consegna al governatore della prigione. Clelia però aveva fatto un voto, quand’era riuscita a far evadere il suo amato: non guardare mai più Fabrizio, obbedire al padre, sposare a breve un ricchissimo marchese. Il governatore della Cittadella e padre di Clelia, che era stato ridicolizzato per la precedente fuga, decide di farla pagare cara al giovane monsignore e progetta un sofisticatissimo modo per avvelenarlo. La notizia arriva a Parma e la Sanseverina per convincere il nuovo principe a mandare delle guardie a salvare Fabrizio gli promette che sarà la sua amante. E nel momento in cui Fabrizio sta per addentare il petto di pollo che lo manderebbe all’inferno, Clelia irrompe nella sua cella, gli impedisce di mangiare, infrange il suo voto; mentre al piano di sotto le guardie mandate da Ranuccio arrestano il generale Conti, che viene mandato in esilio. Fabrizio finalmente è libero, viene prosciolto dalle accuse di omicidio, diventa una personalità di spicco a Parma. Clelia decide comunque di sposare il marchese Crescenzi, ricco e potente al punto da poter far tornare papà Conti dall’esilio. Fabrizio allora si ritira in un convento e la Sanseverina, mezzora dopo essere stata a letto con il principe (gliel’aveva promesso per far salvare il nipote), lascia Parma con il conte Mosca e i due si sposano a Perugia (il marito, il duca Sanseverina, era tranquillamente morto ai tempi in cui Fabrizio amoreggiava con l’attrice). Clelia ha sposato Crescenzi e Fabrizio si sfoga facendo lunghi e appassionanti sermoni nelle chiese, che attirano i fedeli come a teatro. Un giorno, sentito dire che monsignore farà una predica nella chiesa sotto casa, assillata dai pettegolezzi che vogliono che una borghesuccia si sia innamorata di monsignore e lo segue a ogni omelia, Clelia decide di andare anche lei in chiesa (e rompe il voto fatto alla Madonna per l’ennesima volta). I due si rivedono dopo molto tempo, e la giovane marchesa gli dà appuntamento per l’indomani notte. Da allora i due hanno una relazione segreta, stando sempre attenti a incontrarsi al buio (perché un voto fatto alla Madonna è un voto fatto alla Madonna, e se lei aveva deciso che non l’avrebbe mai più guardato dovrà godere della sua compagnia all’oscuro). Passano tre anni. Un bambino è nato dalla relazione tra Clelia e Fabrizio, ma il marchese Crescenzi non sospetterebbe niente di men virtuoso nella moglie. Mosca è tornato a corte, ma la contessa Mosca (ex contessa Pietranera, ex duchessa Sanseverina) abita fuori città, per non dover incrociare il principe. Fabrizio è stanco di vivere il suo amore nell’ombra. Costringe Clelia a fuggire con lui e di portare via il bambino. Clelia teme l’ira divina ma accetta. Imbastiscono una macchinazione orribile: mentre il Crescenzi è fuori città, Fabrizio rapisce il bambino e Clelia, al ritorno del marito, gli fa credere che il figlio è morto ed è stato seppellito. Mentre il marchese ancora si strappa i capelli Clelia va da Fabrizio, nella casa del quale è stato portato il piccolo Sandrino. Ma Sandrino di lì a poco si ammala e muore davvero, e Clelia appresso a lui, dalla disperazione. Fabrizio si ritira a in solitudine alla certosa di Parma, dove morirà un anno dopo. La zia lo segue di poco nella tomba. Il conte Mosca resta al potere ed Ernesto Ranuccio è considerato un principe illuminato.

In due parole: una telenovela. Incantesimo o Sentieri non hanno niente di meno. Gli aspetti atroci di questo romanzo sono fondamentalmente due. Uno: come già rilevava Francesco Orlando, Stendhal non si dà alcuna pena a non fornirci alcuna descrizione. Le descrizioni, questo elemento caratteristico del romanzo ottocentesco e moderno (forse non più così moderno a essere sinceri) è assente. Sappiamo che Gina è bruna e Clelia bionda. Stendhal si spinge fino a descriverci la Torre Farnese: ed è tutto. Non aspettatevi di trovare  descrizioni che non siano à la façon degli impressionisti: due pennellate e il resto all’immaginazione. Per l’autore alla descrizione era preferibile la frantumazione dei gioielli di famiglia con le millemila vicende che per amor di sintesi non ho riportato e che non aggiungono niente alla storia – salvo però liquidare gli ultimi tre anni in due pagine, due. Il secondo aspetto atroce è appunto il seguente: salvo alcuni eventi (la battaglia di Waterloo, Fabrizio e il suo albero, gli intrighi della Sanseverina e delle sue avversarie a corte, l’evasione dalla Torre Farnese) tutto il romanzo è raccontato tramite resoconti. Ragazzi, da mozzare il fiato.
Io dubito fortemente che al giorno d’oggi La Certosa di Parma resterebbe indenne alle maglie dell’editing. Nondimeno l’editore del 1839 il romanzo lo pubblicò e, udite udite, fu lui a consigliare di condensare gli accadimenti degli ultimi tre anni in due pagine. E così oggi viviamo nello schizofrenico contrasto: da un lato celebriamo La Certosa fino alle soglie della sindrome di Stendhal; dall’altro, se un esordiente ci facesse leggere un romanzo scritto ugualmente male, arriveremmo alle soglie del colpo apoplettico.

3 thoughts on “Quali romanzi? – La telenovela di Parma

  1. Pingback: Quali romanzi? – Quel cialtrone di Dumas | Apriekiudiletendestan

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