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Qualcuno fra i miei amici letterati (senza ironia!) potrebbe aiutarmi a capire una cosa fondamentale?

perché, Perché, PERCHÉ tutte le considerazioni su come devono/dovrebbero essere scritti i romanzi non trovano MAI riscontro nei grandi romanzi che hanno fatto la storia della letteratura? Mi spiego: noi pensiamo che un buon romanzo sia o debba essere una architettura di senso che risponda ai canoni della buona costruzione narrativa e che, naturalmente, vibri di genio. Nello scrivere ci sono dei “momenti”: le descrizioni, i resoconti, l’introspezione, le riflessioni dell’autore, le messe in scena. Un romanziere che non sappia dosare questi elementi comprometterà la storia che intende raccontare e/o il messaggio che vuole lanciare (se ne vuole lanciare). «Bisogna saper usare tutto nella misura che il testo richiede e non abusare di un arnese solo perché non se ne sa usare un altro.»

E quindi attenti: perché, per dire, la descrizione non è solo la descrizione diretta, realista, tassinomica; c’è la metafora e la similitudine.
C’è «il mio studio è tra i giardini. Cinque grandi finestre, tre da una parte e due dall’altra; quelle, più larghe, ad arco; queste, a usciale…»*, e c’è «casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi. Orbene, cento volte questo vecchio somaro…»** e anche: «qua, là, dove la voce arriva, è come se si drizzi una vipera, o un grillo springhi, o sprazzi uno specchio a ferir gli occhi a tradimento…»***.

E perché si sia una volta chiari: una storia è composta dall’ambiente, dai personaggi, dagli eventi (ciò che i personaggi subiscono), dalle azioni (ciò che i personaggi fanno).

Tutto chiaro? Sì? Bene, allacciate le cinture, andiamo a schiantarci contro la negazione delle nostre più solide convinzioni.

Il primo romanzo che sconfessa tutti i nostri laboratori di buona scrittura e mi fa uscir pazzo è La certosa di Parma, di Stendhal. Poi vorrei parlare di Delitto e castigo, e Dostoevskij spero mi riserverà un po’ di té caldo laggiù con lui in Siberia. Naturalmente papà Flaubert permetterà anche a me di stuprare la sua Madame Bovary e poi passerò a un grande romanzo del Novecento, La luna e i falò di Cesare Pavese. Sarebbe scontato e facile se volessi parlare anche di Mattia Pascal e di Svevo o peggio di Don Chisciotte, per cui ce li risparmieremo (almeno in gran parte). Appuntamento alla prossima, con Stendhal.

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* da Visita, Pirandello.

** questa è la descrizione attraverso il procedimento descrittivo della metafora del povero Belluca, da Il treno ha fischiato, Pirandello.

*** qui è l’uso della similitudine: è come se… Ancora una volta Pirandello, C’è qualcuno che ride.

5 thoughts on “Norme di buona scrittura per i romanzi. Quali romanzi?

  1. Hum, hai ragione. Ma quelle sono dolcezze letterarie concesse ai grandi, ai capolavori… per l’appunto. Per chi non ha quel talento e quella personalità, meglio attenersi alle regole “normali”. Altrimenti ci potremmo trovare, per esempio, davanti ad accozzaglie di parole senza virgole e senza un Joyce che gli conferisce un senso.

    • E però prima di essere riconosciuto come grande era solo il signor J. Joyce. (sono dell’opinione insomma che il senso alle accozzaglie di parole senza virgole glielo diamo noi).

  2. Sono nate prima le regole o il talento?
    Io punto sul talento
    che le regole hanno poi codificato.
    Certo il talento può esserci oppure no, ma appoggiarsi ad una schema letterario, ad un costrutto prestabilito grammaticalmente e stilisticamente perfetto non crea forse un imbuto dentro il quale il talento rischia di rimanere intrappolato?
    Dunque qual è la soluzione? Allargare il buco, abbiamo appreso le regole, ora dimentichiamole e lasciamo andare il flusso creativo e chi lo sa’ che domani non si creino nuove regole😉

    • Dante scriveva dentro regole, come lui Virgilio, i tragici greci e tutti i grandi classici. Arrivando fino a Leopardi e ancora oltre. No, non mi pare che le regole costringano il talento, necessariamente e sempre talenti hanno creato le regole e le hanno rinnovate insieme ai topoi . Ma, forse questa riflessione è pertinente la poesia e non necessariamente il romanzo. Personalmente, ho sempre ritenuto i Promessi Sposi, una grandiosa opera architettonica, ma non letteratura. In definitiva, quello che conta per me, quello che mi fa definire un romanzo capolavoro è la visione: tanto più è universale e originale (contestualizzandola) tanto più grande mi appare l’opera. Ma soprattutto, in assenza di queste, giocare sulle forme lo trovo un espediente abbastanza fine a se stesso, stucchevole. Del resto ci sarà un motivo se si scrive un romanzo e non un poesia (classica o anti-classica) e non è la forma (applicazione, messa in discussione) che mi sembra più lo specifico della poesia.

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