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Ora, vorrei scrivere molte cose e non voglio, e mi sento come se mi stessero cucinando al vapore, insieme a san Lorenzo. La solita insopportabile felice Palermo. Cosa dovrei scrivere? Che è tutto una impostura, l’ennesima e la più vile? Ma sì, e a chi vuoi che importi? Mica sei un intellettuale Affrò, non sei nessuno. Quale impostura? Ma quella del nuovo e favoloso avanspettacolo palermitano: il dibattito che dibatte, le associazioni che si associano, io mangio del mio mangio e ciuccio del mio ciuccio – avanspettacolo appunto. Se ci fosse un progetto serio e non fosse solo propaganda o pubblicità (per un attimo avevo creduto fosse politica, macchè!, almeno quella è cultura) non si ciancerebbe di ciance e non si pretenderebbero pretese ma si lavorerebbe attorno a qualcosa. Una cosa qualunque: bisogna che un contenuto riempia il pensiero. Ma come volete che si trovi un contenuto comune a sportivi e scrittori e attori? Oh-oh! Ne ho trovato uno: non sarà forse che la ciancia che si accuccia e l’associo che s’acciuga ha come fine lo spillo-del-prossimo-danaro-pubblico? Ohibò che cattivo pensiero. Ma d’altro canto questo spiegherebbe tutto: il danaro pubblico per definizione si elargisce a chi non mette in piedi alcun disegno culturale, ma frutti voti; e la futura amministrazione cittadina deve ricordarsene prima che qua qualcuno pensi di essere eletto fuori dalle logiche inciuciorie. Mi sembra di parlare come il Marco Pannella di Stefano Disegni. Lassamu stari.

E invece non lasciamo perdere. Bisogna che non esca fuori di senno: i miei venticinque lettori potrebbero apparire fortemente disorientati. Qualche post fa mi lamentavo della mancanza di comunicazione tra associazioni culturali e realtà intellettuali varie e avariate palermitane. Ora che si profila un affratellamento tra poli culturali mi indigno. E mi indigno certo! Perché, discutere si discute, lamentarsi ci si lamenta e mettere in piedi orripilanti siparietti s’è fatto anche. Ho conosciuto delle persone, fuori di qui, che guidavano una associazione informale di giovani: il fine del laboratorio era il teatro-educazione. E vi assicuro che cianciavano poco e facevano tanto teatro. Quando quel laboratorio si associò ad altre organizzazioni (un laboratorio di danza e una scuola di canto) non lo fece per accedere a bandi, sgravi e agevolazioni ma per preparare uno spettacolo in cui fossero in iscena anche ballerini, e dove gli attori potessero cantare qualche melodietta: ecco un affratellamento che produce qualcosa, un contenuto, ecco una pratica che riempie l’immaginazione e fa cultura! Ma riunirsi per darsi la mano e congratularsi di essere talmente furbi da riuscire a spuntarla anche stavolta, baloccarsi ai giochi di ruolo e mettere in piedi concerti non udibili non è un cantiere culturale. Nel migliore dei casi, senza guardare agli aspetti vili e gattopardeschi, può avere il sapore di una stagione intellettuale frizzante: che dirò! D’una primavera! Ma stiamo attenti: ché la primavera finisce, là dove (laddove) la cultura vera rimane. Per dire: Dante non fu Dante solo ai tempi di Dante. Nel senso: Dante sfida il suo tempo e tutti i tempi, Meo dei Tolomei no. Le stagioni passano, e la storia di Palermo dovrebbe insegnare che le mode, le primavere, il succhiar-soldi da destra o da sinistra lascia alle generazioni future lo straziante panorama del Grande Nulla.

Cos’è il Grande Nulla? Quello che io chiamo Grande Nulla è la realtà fisica del non-essere, dell’appiattimento mentale, morale. Quando la famiglia Florio non riuscì più ad aspirar soldi dallo Stato, ogni manifestazione culturale da essi foraggiata si spense. Se fossero state manifestazioni culturali vere non sarebbero morte – almeno, questo è il mio pensiero. Il Grande Nulla invase Palermo e da allora, periodicamente sceglie un posto nuovo qui in città dove alloggiare, offrendo a noi stessi la dimostrazione più spettacolare della nostra accidia. Per trent’anni il Grande Nulla ebbe sede al Teatro Massimo e Piazza Verdi si ridusse a fermata del 101. La vecchia fabbrica dell’Arenella ospita il Grande Nulla, chilometri e chilometri quadrati di spazi vuoti, abbandonati, lasciati al Nulla. Naturalmente i Cantieri Culturali della Zisa sono emblema del Grande Nulla, ma solo in parte se vogliamo essere sinceri: a fronte di estesi spazi che languono i consolati francese e tedesco sanno far fruttare i loro territori lì, e lo fanno bene e fanno cultura tout court. I portici di Piazzale Ungheria sono il salotto del Grande Nulla. Il castello Utveggio ospita il Grande Nulla, da sempre e per sempre, lassù, sulla parte più alta della città, pronto a planare e strangolarci.

Francesco Affronti scripsit.

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