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Giù al Lizard si dicono tante cose, si vuotano tanti bicchieri; giù nel vicolo Lattarini, una lucertola trova ristoro tra le calde chiappe delle più anziane signore di Palermo, Vucciria e Sant’Anna. E mentre dalle «altre parti» la folla speziata, che sa di kebab e polvere, con le sue facce note e i falsi sorrisi di incudine riuscirebbe a fare incazzare anche don Matteo sotto morfina, dietro sua maestà via Roma c’è la lucertola che fa al caso vostro.
La lucertola in esame poi, che nello sciamanesimo è simbolo di visione, questo Dicembre è sbucata fuori dalla paccottiglia sotto l’albero come il fantasma di Dickens, parlandomi in lingua Youruba di libera musica e liberi sfoghi.
«Jamu» che credo stia a significare «insieme in concerto» almeno in Africa occidentale, dalle sessioni jazz degli anni Venti ad oggi è stata la parola che si è trasformata in un intero concetto: Jam Session.
Così dopo aver spiegato a mia madre che non faccio uso di LSD, anche se parlo con i rettili in lingua Youruba, ho preso giacca, chitarra, chiavi della macchina e il vecchio amico di sempre con le sue bacchette e il suo ritmo, e sono sceso gù al Lizard.
Sono passati dieci minuti, è la prima birra e sono appollaiato al bancone. Io e il vecchio amico di sempre siamo scesi da casa come Jake ed Elwood in missione per conto di Dio e adesso sembriamo Hansel e Gretel nel bosco senza il tom tom. Ma a Jam iniziata il senso di smarrimento lascia spazio alla voglia di bere, di suonare e di ascoltare.
Sorrisi di complicità, espressioni di godimento; qualche faccia nota di qualcuno che con la musica sta sfondando.
Gli otturatori si chiudono su vari personaggi.
«C’è un chitarrista timido abbarbicato sopra l’amplificatore, il batterista è dannatamente bravo, il bassista sì, quello lì l’ho già visto da qualche parte.»
L’ambiente si scalda, la gente ti ascolta, i generi cambiano, gli obiettivi ti osservano. Sono passate due ore e i ragazzi che hanno appena suonato insieme lasciano il posto ad altra gente e vanno fuori per bere una birra.
Ed è così che nascono conoscenze, collaborazioni, progetti, amicizie; sotto gli ombrelloni del Lizard adesso le facce le conosci, quelle che prima erano solo geometrie umane senza una voce adesso hanno un nome, un cognome, un carattere e un modo di suonare.
Sono passati tre martedì, e mi sento già a casa.

One thought on “Giù al Lizard

  1. Pingback: racconto di un concerto nn’Paliemmu, d’estate | Apriekiudiletendestan

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