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La signora Curcuruto appena scoccò la mezzanotte dichiarò ai figli: «Non voglio saperne più niente per il resto dell’anno.» Era appena terminato il 2010 e i familiari pensavano che, appesantita dai cenoni interminabili (famosa la sua pasta al forno schiatta-cavalli che non manca mai dal 24 dicembre al 7 gennaio), intendesse dire che simili mangiate erano da riproporre solo al prossimo Natale. In realtà la signora Curcuruto era semplicemente terrorizzata dal 2011. La sola idea che si sarebbero avvicendati trecentosessantacinque giorni con le corna risvegliava in lei esoteriche ossessioni. A Palermo infatti il numero undici simboleggia le corna. 11, indice e anulare dritti sopra le altre dita supine e a faccia in giù. Da giovane, quando la pasta nel piatto bastava solo per il vecchio e lei e i fratelli si nutrivano di carote regalate da qualche cocchiere (“Meglio questo che una mazzata sui denti!” ammoniva la mamma), ogni pomeriggio accompagnava la nonna a fare la calza dalle vecchie del quartiere, che lei chiamava zie. La zia Ninfa le dava un pezzo di pane duro, Zia Rosina un paio di mandorle, Zia Serafina l’immaginetta di Santa Rosalia e un grano di zucchero marrone e la nonna s’aggrovigliava le dita nelle maglie, raccontando storie senza inizio e senza fine. C’era però un giorno nero, in cui la nonna non usciva di casa, perché era 11. L’undici non si andava a casa delle zie, né di nessun altro. La mamma distribuiva ceffoni a ogni soffio di mosca e anche Tanino e Totuccio si mettevano la fiaccia pietosa per non farsi prendere a calci nel sedere. L’undici porta male. I mariti quel giorno si sentivano la testa pesante e partivano bestemmioni se le mogli lanciavano un’occhiata troppo poco in basso. Non si sa mai che può capitare di giorno 11, basta un niente e ti ritrovi un paio di corna e la famiglia sfasciata. Così quel numero diventò anche per la signora Curcuruto un feticcio da evitare, arriva perché deve arrivare ma non ci si scherzi troppo sopra. Ora, un intero anno cornuto è una cosa grossa: la vecchia aveva escogitato una serie di contromisure. Intanto, al negozio, aveva fatto mettere Cocò, il pappagallo, che porta fortuna come tutti i pappagalli del mondo. Era anziano, ma mansueto, grande e verde come la speranza e l’occhietto vigile a ogni movimento. I bambini della strada già lo amavano e lo vanno ad accarezzare sempre, lui sta buono e si gode le carezze. Manco gracchia più, ogni tanto fa qualche “glu-glu” e scaccia il malocchio. Poi, altri accorgimenti: la sera, al rientro dal negozio, fare la strada con Santo Santino, il capo della zona. Lei lo conosceva da quando era alto come un pisello, era sempre stato buono con lei perché una volta aveva fatto una colletta per la buonanima di suo padre, Gaetanuzzo, tanto amico della buonanima del marito. Insomma, una persona che puoi fidarti a dargli il braccio al pomeriggio tardo, quando non c’è luce e se non ci stai attenta cadi per terra. La domenica, il tempo della Messa, e a casa. La spesa non era un problema, al negozio stesso era sufficiente dare voce a qualcuno fuori e avresti risolto tutto in quattro e quattr’otto. “Farsi il duemiladieci e uno a testa china”, questo il motto della Signora Curcuruto.

A partire da stasera il duemiladieci e uno può dirsi finito. La Signora Curcuruto è triste, l’anno è stato quanto di peggio in tutti i suoi settanta e passa anni di vita. Nemmeno sotto la guerra, con le bombe che cadevano in testa l’esistenza era così brutta. Cocò è morto ad aprile. Di mattina era sveglio, mangiò qualche semino e poi se ne restò stecchito per ore, senza nemmeno cadere per terra. Quanto pianto in tutta la strada per il povero pappagallo! Il suo mestiere bene lo faceva, tanto bene che il malocchio s’è preso lui per salvare il negozio e la signora! Fu un vero lutto. Poi la crisi, sempre meno gente a comprare cose. Se i soldi non ci sono come si spende? Dei nipoti, il neonato è stato a rischio di morte fino a sei mesi; il grande l’hanno preso la polizia perché si scambiava figurine con un malacarne (la nuora non dirà mai a nessuno che si tratta di droga, tanta è la sua vergogna, ma la nonna non è poi così stupida e l’ha capito che non volevano darle un dispiacere, e ripete la storia delle figurine); Teresa se n’è fuggita e ancora non si sposano, e la figlia sua ha avuto un melanoma al ginocchio che appena cambia il tempo non si può muovere. Speriamo per un anno migliore per la signora Curcuruto!

Francesco Affronti

2 thoughts on “L’ultimo dell’anno

  1. Franz, se questa è una pagina di un tuo romanzo, tu sei proprio un artista!! Lo è? (Se è un racconto l’asserzione rimane valida!… E qualunque cosa sia, è stato un gran piacere leggerla!!)

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