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Perché, io ne sono convinto (e non penso di essere il solo): l’uomo si distingue da tutti gli esseri viventi dalla volontà di esprimere bellezza dando forma al brutto – e al bruto. Di fare arte. A tal punto da attribuire questa caratteristica fondamentale alla divinità, che crea, atterra, suscita, affanna e consola. Il Bello è consolante. Ammetto che l’affare può avere un che di riduttivo se l’osserviamo da questo punto di vista, ma non è mio desiderio fare metafisica o interrogarmi su problemi estetici. Tornando alla felicissima Palermo: vorrei esaminare tutte le possibilità che i miei concittadini si danno e offrono per dominare l’ineluttabile rigore e dolore della natura. Intanto: fino a che punto esprimere il proprio ingegno è avvertito come esigenza dello spirito e non come posa? Ovvero: i sussulti di talento, di impegno, di genio – che esistono – rispondono a una necessità dell’essere o (perdonate la banalità) dell’apparire? Certo, perché ciò possa realizzarsi, in senso positivo, c’è bisogno di un clima, di un luogo adeguato. Una cosa tipica di Palermo è l’esistenza, ovunque, di scuole, laboratori, centri culturali, associazioni. Che spuntano come funghi. Poi, andando a ben vedere, uno si rende conto che sono davvero dei funghi e nient’altro. Manca sempre la comunicazione, lo scambio, la curiosità di vedere che succede fuori dalle proprie quattro mura. Il risultato è che un’associazione culturale media palermitana, detto in termini tecnici, se la canta e se la suona. Da sola. E ne è pure appagata. Prendiamo un laboratorio di teatro. Il socio fondatore, che ha frequentato una qualche scuola o, meglio ancora, proprio niente, sbarra le porte della struttura al resto del mondo se non ai propri adepti, che per mesi e mesi non vedono la luce del sole. Essi guardano al maestro come al messia, non vanno a teatro, non leggono riviste teatrali, fanno solo quello che il dio si degna di impartir loro. Approfondimento: il dio scrive un testo, si occupa della regia, fa il primo attore e se ne ha il ghiribizzo fa pure le musiche. Gli adepti sono valorizzati solo nella misura in cui accettano il suo Ego. E lo pagano, chiaramente. Fine delle attività laboratoriali. Saggio. Gli amici degli associati in questione vanno ad applaudire. The end.

E la cosa vale per quasi tutte le realtà culturali, o associative, o di volontariato. Ça vaut pas la peine. Nella Parigi gloriosa del ‘900 i centri propulsori di ogni arte erano quelle infami, bellissime, sublimi bettole in cui si avvicendavano, ubriacandosi e prendendosi a sberle pittori e scrittori. A Montparnasse la Closerie des lilas, la Coupole, la Rotonde, le Dôme; a Saint-Germain-des-Prés il café de Flore, Les Deux Magots… E non parlerò del Procope, all’Odéon, e persino dei ristoranti… Noi che abbiamo? Il caffè Mazzara, dove Tomasi di Lampedusa andava a mangiare la cassata? E dove oggi banchieri ottusi si sciroppano di caffè decaffeinato? Oppure la Vucciria, che ogni notte viene invasa da intere generazioni di smidollati che non sanno mettere le vocali al posto giusto quando scrivono e la cosa più intellettuale che fanno è fumarsi la citronella? (Per inciso: andateci di giorno, e troverete i palermitanazzi più veraci, che non sanno spiccicare una parola in italiano ma i cui cervelli galoppano nelle praterie più belle della morale, dell’estetica e dell’imprenditoria). C’è stato un momento in cui, anni fa, i pub che si affacciano sul Teatro Massimo avevano uno stile; no, meglio: un carattere. Poi il Teatro Massimo è caduto in mano a uscieri e portinai, e anche quei pub hanno perso lo slancio al bello, al meglio. E non voglio sentire nominare il Khalesa, che si è trasformato in luogo di ritrovo per gli intellettuali che non sanno coniugare il verbo essere al passato remoto e per quelli che lo sanno fare ma non hanno niente di interessante da dire. C’è invece un piccolo pub, a due passi da Piazza Borsa, che merita attenzione. Ha la classica forma di b minuscola rovesciata: entri e il bancone, lungo, di legno solido e scuro, traccia il corridoio, alla fine del quale si apre una saletta interna, bella ampia, con le pareti d’un colore caldo (credo arancio, ma sono mezzo daltonico e non ne sono certissimo). L’insegna, fuori, è in carattere Papyrus, gialla, sfondo arancione: «Lizard pub -Peace, Love and Music». Sembra uno dei tantissimi banalissimi stupidissimi pub di Palermo. Poi il Music ti fa pensare al Rocket (alla pena che provi per il Rocket) e stai sull’attenti. D’altro canto è un luogo di ritrovo principe per musicisti e presunti tali palermitani. Il proprietario, Umberto, sfoggia costumi orientali e gilet trapuntati, e come un sultano d’altri tempi apre le braccia a tutti i suoi ospiti, attentissimo a servire, osservare, imporre la pace e scandire le musiche. Bere, discutere di musica e piantare grane sarebbe un cocktail tutto sommato molto simile e inconcludente com’è in ogni brasserie della città. Ma al Lizard si acquattano silenziosi, dietro gli anfitrioni spacconi e noiosi, tanti piccoli gechi. Basta accomodarsi con una birra scura in un angolo e osservare. Ci sono i gechini che ascoltano religiosamente i gruppi suonare, e computare ogni singola nota, ogni sbavatura, e chiederne conto ai sacerdoti della musica, che balbettano risposte poco convincenti. Ci sono i gechi che ascoltano tutti i discorsi e apprendono solo pettegolezzi. Ci sono quei gechi che montano e smontano macchine fotografiche, e nell’indifferenza catturano istanti preziosi. Quelli che lasciano le ciance ai so-tutto-io e si nascondono a scrivere subitanei pensieri e idee. L’atmosfera è quella giusta. I cantanti irritanti che si sentono divi divini perché hanno inciso un disco che quasi nessuno ascolta, non mancano. Quelli che hanno sempre l’aria di discendere sulla terra dal loro iperuranio anche. Ma Lizard, semplicemente, forse senza neanche averne contezza, offre un pezzo di muro a tutti. Spiace che, come per ogni cosa che a Palermo abbia valore, non se ne parli abbastanza e non si riconosca una vera e propria operazione culturale in atto dietro quel bancone e dentro a quei boccali. Eppure, ci scommetto, se qualcuno che frequenta quel luogo avrà la forza e la fortuna di regalare qualcosa di duraturo al mondo, bisognerà riconoscerne la genesi segreta tra le lunghe e generose notti in quel locale. (segue)

Proprio mentre mi accingevo a pubblicare l’articolo ho trovato questa dichiarazione d’amore verso il popolo del Lizard su Internet: “ragazzi e ragazze, vorrei dirvi dal profondo dell’anima, GRAZIE per suonare, per partecipare, per bere ascoltando gente ubriaca che non riesce ad accordarsi al tempo, per gli applausi e il supporto [e il sopporto!], per rendere un’uscita banale e un luogo comune una bella serie di momenti, belli da vivere e viverli insieme, anche se molti di voi non mi conoscono e viceversa” etc.

Francesco Affronti

p.s. quest’articolo non vuole essere una marchetta. Se ne avessi l’intenzione, mi premuro di precisare che conosco metodi di gran lunga superiori per ottenere qualcosa in cambio; scrivendo, mi interessa solo dare luce alla verità. Con la v minuscola.

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