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Parliamo di Das Kabarett con il suo autore, Roberto Oddo. Immaginate microfono, registratore, biro pronta sul taccuino. Ecco, niente di più lontano dalla realtà: una intervista di quelle che si facevano in antico. Una domanda scritta a cui si fornisce una risposta scritta, ponderata, antitelevisiva.

Come ho già dichiarato precedentemente, forse anche con una buona dose di sfacciataggine, mi trovo a grand’agio sul tuo blog. Lo leggo sempre con interesse, l’interesse diffidente di chi crede che il grande nemico non sia la semplificazione ma la complicazione. Eppure se dovessi dire un aspetto affascinante di Das Kabarett, direi proprio questo:  un blog dannatamente complicato. Sotto l’apparente chiarezza di una scrittura polita, dietro gli ordinati link che ornano la barra laterale, si staglia un mondo dentro il quale bisogna scavare, leggere e rileggere, provare ad andare oltre il significato immediatamente percepibile. Che ne pensi? È un dato intenzionale o  il semplice accumulo di una scrittura che, sul blog, è sempre un work in progress?

Chi parla con me fa sempre riferimento alla difficoltà della mia scrittura. Eppure, segnatelo pure, il fatto è grave: io non penso di scrivere “difficile”. Certo, però, una cosa non posso negarla: mi piace, adoro essere seguito. Non mi interessa una scrittura piana, che attraversi incolume il cervello dell’ignaro avventore. Pretendo la sua volontà. Deve volerci rimanere: per curiosità o per passione (odio come amore, bien entendu). Sì, bisogna entrarmi dentro, o non se ne cava niente. Anche perchè – come disse una volta un mio amico e collega – sono eretico da qualunque parte si girino le mie parole. Lui mi lusingava, io non pretendo tanto. Per senz’altro mi preme provare a dire qualcosa di nuovo, sperimentarmi fino in fondo.

Nella tua presentazione a Das Kabarett citavi, mi sembra: un po’ indispettito, l’esergo del mio blog. Ma io non sono un fanatico della complicazione, anzi, solo che mi sembra giusto rispettare la complessità di fatti e circostanze che sono molto più articolati di quanto ci vogliamo rassegnare a considerare. Detesto le persone sbrigative, che vedono solo un aspetto della cosa, le persone che non sono in grado di capire che c’è anche altro, che si può andare più in fondo e raggiungere un grado maggiore di verità. Posso sbagliarmi, ma almeno non mi sono arreso a qualche vezzo estemporaneo dei miei sensi.

Una volta hai scritto: «Non esiste una data terrena per diventare uomini. Ma, a un certo punto, la vita e le rughe hanno più senso.» Una dichiarazione ingiusta nei confronti della passione fresca e brillante con la quale ci parli solitamente a proposito di film o buoni libri. Il cinema, l’arte, forse possono essere quell’agognato elisir per far perdere di senso la presenza delle rughe? Oppure la vita è sempre più forte? L’arte resta una sovrastruttura?

Ti dico la verità: la totale condivisione con questa frase mi impedisce di ricordare con esattezza dove l’abbia sottoscritta, ma certo ricordo di averlo fatto. Quello che intendevo è che io mi sono scoperto grande, adulto, solo molto dopo esserlo diventato e perdonami se non trasformo i nostri due blog in una specie di diario intimo. Ciò che interessa qui è semplice: alle volte la vita matura in noi e ci trasforma e un giorno ci troviamo diversi, diversi anche controvoglia, come dire contro vento, senza aver fatto nulla per raggiungere quelle coordinate. Non so se la vita sia più forte, però trovo che l’arte, le arti, ma ancor più quella più congeniale a chi la pratica, sia il modo per andare più in fondo. Altro che sovrastruttura, è una dimensione dell’esistere, lo strumento per filtrare gli accidenti e arrivare a ciò che può significare una cosa, un’esperienza e, soprattutto, una persona.

Das Kabarett, cabaret, Cabaret. Non ci vuole molto per pensare a Liza Minnelli e a quello splendido film.

Già, ma tu sei l’unico ad averlo notato. Cabaret di Bob Fosse è uno dei primi film importanti che abbia mai visto; forse il primo a cui abbia avuto ragione a dare importanza. Solo dopo ne ho scoperto i retroscena. Temo di non poterne parlare, sono troppo affettivamente legato a quel momento e a quella storia.

Cabaret si svolge in bilico tra le ondate rivoluzionarie di stampo bolscevico e l’avvento del nazismo. Un’oasi drammatica di avventura, di amore, di musica. Anche noi siamo in un limbo analogo? Temi possiamo essere travolti da un nuovo nazismo?

Se mi stai chiedendo considerazioni di ordine storico, ti dico francamente che non sono in grado neanche di ipotizzare se una cosa del genere possa verificarsi di nuovo oppure no. Temo di sì, ma qui non c’è nessun ragionamento compiuto, per lo più la paura. Certo, una paura che aumenta dopo la visita al campo di lavoro di Teresín, per le condizioni in cui ci hanno raccontato che questi esseri umani vivevano. Una cosa mi impensierisce: che non sono l’unico ad avere paura e una cosa è uno che ha paura e prova a vivere in questo formicaio che è la città moderna, ben altro è uno che ha paura e ha anche potere. Non sono un asceta e non sono un saggio d’altri tempi, ma so benissimo che non ci vuol niente a pensare di assoggettare altri esseri umani, per qualsiasi scopo. La mercificazione sessuale dell’altro/a è quanto di più immediato può servire a spiegare queste pulsioni di sopraffazione.

Berlino, Ginevra, Praga: città che tornano ossessivamente sul tuo blog. Quanto conta in questa “ossessione” l’essere palermitani? E in che senso?

Mah, sai. Io mi sento così legato a Berlino, alla mia Berlino che non mi sento davvero palermitano o mi ci sento per sbaglio: non è più una risposta a questo rifiuto di una città che odio con tutto me stesso. E dire che, per molti aspetti, trovo Berlino anche parecchio brutta: ma all’amore non si comanda e io mi sono riscoperto vivo lì, mi sono perduto, mi sono ritrovato, sono sceso fino in fondo… ma a me stesso. Ginevra, poi, l’ho vissuta in un momento in cui stavo malissimo: avrei piantato il mondo in aria e sarei tornato perfino a Palermo. E Praga… com’è che con te arrivo sempre agli archetipi: Praga è la prima città che per me abbia avuto un significato. Un sogno che mi sono portato dietro per anni: è normale che gli strascichi si sentano ancora, ben dopo il mio risveglio. Del resto, nonostante le mie tendenze ascetiche, o forse proprio in virtù di quelle, la città è la mia dimensione naturale, la città con il suo febbrile anonimato.

Ho scritto che talvolta sembra che tu offra dei versi ai tuoi lettori. In modo molto misurato.  

Speravo che te lo dimenticassi. Non so: che fosse tipo la minaccia della mamma: “Lo dico a papà.” E poi, invece, una fetta di torta. A questo punto, temo di sapere come va a finire la storia…

Ti senti un po’ poeta? O provi, come sembra, una specie di pudore a riguardo? Come nascono sulla tua pagina quelle frasi bellissime come Sono quelle le notti che non finiscono mai, non quando inciampi in qualche memoria dozzinale, oppure sono anime leggere, soffiate lì dal vento per un sorriso?

Ti dirò: se poeta è chi scrive poesie e chi ne è famelico, sì. E direi anche con tanti altri “se” prima. Ovvero, sì: un po’ mi sento poeta, senza con ciò voler dare un’accezione positiva o negativa a una particolare forma di autoconsapevolezza. Di sicuro, d’altra parte, non mi sento un narratore e, se volessi dare uniformità, la stessa che ho chiesto a te, alla mia produzione, direi che è senz’altro più lirica che narrativa, anzi: non è affatto narrativa. Non credo di saper raccontare niente che non sia mio. Non fatti, eventi, o sentimenti, quelli contano pochissimo per me: ma modi di guardare la vita, le persone, di avvicinarmi a loro. Per il resto, non mi sento affatto poeta se guardo all’esasperante discontinuità della produzione e dei risultati. A volte provo un certo odio per quel che ho scritto. Eppure, le persone che si ricordano di me, e che mi hanno un po’ conosciuto, ricordano tutti che io scrivo, che scrivevo poesie già allora, qualunque sia il tempo a cui tu attribuiresti l’avverbio “allora”. Ma sarà meglio chiudere il sipario qui: un po’ per pudore, un po’ per evitare altri avverbi di tempo che mi fanno tanto sentire Violetta Valéry sul letto di morte.

Naturalmente Roberto ha desiderato mettere me al posto di Violetta Valéry, andando un po’ dietro le quinte, dietro le tende di questo blog: qui la mia intervista su Das Kabarett.

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