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Lo ammazzarono di giorno, davanti alle telecamere. Lo avevano trovato per terra, mezzo inciampato nel lungo vestito. Sembrava che si stesse scavando un cunicolo sotto la polvere, per sfuggire come una talpa disperata. Dei ragazzi sguaiati lo afferrarono per il collo e lo ingiuriavano, prendendo in giro la canapa colorata che lo fasciava. Loro avevano magliette dai colori accesi, che si sarebbero smunte in lavatrice, e cappellini americani, da tennis. Lui sembrava un domatore di leoni impazzito, con il terrore negli occhi: non era il leone che lo avrebbe sbranato, no. Erano quelle jene che lo stavano per finire. Un ragazzo lo prese per una manica e gli sputò in faccia. Il tiranno non chiuse nemmeno gli occhi per ripararsi, ma provava una paura tale che non riusciva ad avere moti del corpo che fossero umani e teneva lo sguardo sbarrato davanti al suo giudice. Gli altri battevano le mani e lui implorò un sussurro, tenendo i denti serrati: “Non mi uccidere” ed estrasse da una tasca interna all’altra manica, quella che il ragazzo non stringeva, una pistola d’oro. Gliela puntò, ma sembrava in realtà che gliela stesse porgendo, come a voler scambiare quell’oggetto prezioso con la sua vita. Il ragazzo, avuta la pistola nelle sue mani, la guardò per un attimo, pensando che stava per entrare nella storia della patria e uccise il raìs. Alcuni sostengono che fosse ancora vivo mentre lo afferrarono, gli uni dopo gli altri, per disonorare nella pubblica strada il suo corpo, e morisse per gli strattoni e le violenze che gli angariati gli riversavano. Altri invece credono che resistesse anche al pubblico ludibrio, mentre già tutti lo credevano morto, e spirasse soltanto riverso su una camionetta, mentre lo portavano in città. Le immagini del suo corpo martoriato e umiliato furono esposte per dare il segnale che la guerra era finita e vedendole il despota italiano, che era stato suo amico prima di tradirlo e dichiarargli guerra con gli alleati, fu molto colpito da quelle foto e da quelle riprese e disse: “Sic transit gloria mundi”.

Francesco Affronti

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