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Uno dei personaggi delle Liaisons dangereuses che mi annoiava di più, quando ero un mediocre adolescente, era la Présidente de Tourvel. Confrontata a lei, la Marquise de Merteuil era una papessa, il Vicomte de Valmont un divo; perfino la piccola Cécile de Volanges trovavo più interessante, nella sua facile degenerazione nelle porcherie che non si osa chiedere nemmeno alle donne che lo fanno di mestiere (Valmont dixit). Da tempo invece ritengo che la Tourvel sia forse il personaggio più intrigante del romanzo. Intanto partiamo dal nome: la presidentessa de Tourvel. Presidentessa di cosa? Dirigeva forse un’azienda di confetture? Era un’imprenditrice? No. Era la Presidentessa della libera repubblica di Paperopoli? Nemmeno. Era la moglie del presidente di Tourvel. Presidente di una corte di giustizia credo. Nel 1700 si usava così: la moglie prendeva armi e bagagli il nome e il titolo del marito, anche se in questo caso il titolo era nient’affatto aristocratico. La signora Tourvel, la presidentessa de Tourvel era dunque una donna sposata. Giovane, bellissima, fedele al marito, religiosa al punto da essere sprezzantemente definita La Bigotta, con un altissimo senso dell’amicizia, del dovere coniugale, della fedeltà alle sacre leggi che, sole, possono permetterci di essere felici. Si trova in campagna, nella tenuta di Madame de Rosemonde, deliziosa donna, anziana e affettuosa, con cui giocare a carte nel pomeriggio (di mattina c’è la santa Messa e la passeggiata igienica) a meno che non si addormenti nel bel mezzo della partita. Il marito segue un processo interminabile in un’altra provincia, e lei trascorre il suo tempo tra i roseti e le conversazioni morigerate. E un bel giorno piomba Valmont in campagna (la Rosemonde è sua zia) e comincia a metterla in agitazione. In che modo? Il vizioso forse le fa delle profferte durante il burraco, in pubblico? La segue con lo sguardo, la mette in imbarazzo con la sua parlantina? No. Niente di tutto questo. Per tema dello scandalo e volontà raffinata di sedurla, le scrive delle lettere. E lei le legge. Madame de Tourvel degenera attraverso la lettura di quelle epistole, come se fossero un romanzo.

Nel XVIII secolo si fa largo l’idea, a tutt’oggi imperante nelle nostre menti maschiliste, che le giovani donne che divorano libri come fossero caramelle non sono intellettuali emancipate ma erotomani folli e lettrici selvagge. Erotomani perché il romanzo, specie d’amore, eccitava le loro sensibilità più delicate, e le avrebbe portate, dopo la lettura, come minimo a masturbarsi; selvagge perché non avevano la finezza di apprezzare un bel poema eroico e si accontentavano di qualunque storiella in cui ci fosse una patetica Elisa di Rivombrosa, una Marianna faccia-di-cu** o una noiosissima Pamela. Per questo Rousseau diceva che nessuna ragazza onesta dovrebbe leggere romanzi: eccitano la fantasia, che come ci ricorderà qualche centinaio di anni dopo Gustave Flaubert in Bovary, è sempre più debole nelle femmine. L’ammonimento di Rousseau ebbe lunga vita, passando da Alice all’inseguimento del Bianconiglio alla stessa novella Eloisa Julie che legge avidamente le lettere di Saint-Preux, giù giù fino a Marilyn Monroe a Long Island, nei suoi ultimi scatti, con l’Ulisse di Joyce fra le mani. Diventare lettrici è il primo passo verso il baratro morale e sessuale. Spesso conduce alla morte, come ci dimostrano le povere Tourvel ed Emma, morte vomitando umori neri (l’inchiostro che avevano ingurgitato?), che se avessero seguito i consigli di Rousseau sarebbero ancora vive, con una nidiata di figli.

*bibliografia essenziale – Francesca Serra, Le brave ragazze non leggono romanzi, Bollati Boringhieri.

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