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*Avvertenza: dal momento che siamo in pieno XVIII secolo, mangiamo brioches e ascoltiamo Mozart nell’i-pod, sorseggiamo qualche liquore e la sera ci ritroviamo a parlare dell’ultima acconciatura di Lady Gaga o degli swing sofisticati dei nostri insopportabili jazzisti. Ogni tanto succede qualcosa di strano, lì fuori, ma niente che potrebbe mandare a monte questo splendido autunno, non è vero?

*avvertenza numero due: le scorse “puntate”, potete trovarle immediatamente prima di questa.

Les liaisons dangereuses fu considerato all’indomani della sua pubblicazione un libro scandaloso. Un libro immorale, che indulgeva sul vizio e provocava fremiti d’orrore in qualunque persona virtuosa. Eppure il buon Laclos non era affatto un libertino! Era un onest’uomo che ambiva a fare il moralista contro i costumi corrotti della società! Tant’è vero che aveva scritto una lunga Prefazione del redattore per spiegare che sarebbe stato un bene per una madre di famiglia far leggere alla figlia questa raccolta di lettere prima del matrimonio. Poi, sì, aveva scritto anche un Avvertimento dell’editore in cui si prendeva gioco di chiunque si fosse lasciato ingannare dall’opera, essendo nient’altro che un romanzo… Sì, lo so, c’è il rischio di confondersi. Andiamo al cuore dell’opera. Le lettere.

Uno dei grandi meriti di questo romanzo è che, pur appartenendo al genere epistolare, in qualche modo, lo supera. Il romanzo epistolare classico ha una caratteristica: potrebbe essere scritto in qualunque altro modo. L’autore avrebbe potuto far intervenire un narratore terzo, onniscente, come in tutti i romanzi ai quali siamo abituati. Quest’opera invece, non potrebbe essere espressa se non in forma epistolare. Sono infatti le lettere, e in particolare le lettere del visconte di Valmont e della marchesa di Merteuil a innescare tutte le vicende e le relative corrispondenze che ne conseguono. Altro merito di Laclos, suo malgrado, è che pur avendo delle “tesi” sulla corruzione dei costumi e nonostante volesse fare il moralista della situazione, riesce a sviluppare, per ognuno dei suoi personaggi, uno stile letterario unico, consono al personaggio stesso, che contribuisce sia a rendere verosimili le lettere (giocando così sulla loro veridicità o meno nelle due prefazioni) sia a rendere concreti, nella più perfetta opera di finzione, i loro autori. Ognuno dei soggetti, come già dicevo la volta scorsa, non lasciano spazio alle noiose riflessioni di Laclos, ma si occupano (e ci occupano) dei loro casi. Il visconte di Valmont, la marchesa di Merteuil, la piccola Volanges, il cavalier Danceny, la presidentessa di Tourvel, la signora di Volanges e la signora de Rosemonde hanno ognuno la propria voce, differente dalle altre, e tutte diverse da quella di Laclos. La finzione prende il sopravvento sulla realtà, come spesso accade, e diventa più vera del vero. Il visconte di Valmont e la marchesa di Merteuil conducono il gioco, fingendosi confidenti o amici dei personaggi da imbrogliare (la Tourvel, la piccola Volanges, Danceny) e, naturalmente, le loro lettere sono di quantità maggiore rispetto a quelle degli altri (di poco però). Non solo: ci danno la misura di quanto e come gli altri si ingannano rispetto alle relazioni che intrattengono. E ci appaiono stupidi. Al massimo, se proprio volessimo fremere d’orrore come nel ‘700, possiamo provarne pena. Di conseguenza, i libertini, i mostri, i malvagi, ci appaiono sia intelligenti sia simpatici. Le ragioni che loro adducono per portare avanti le loro ignominie possono anche non convincerci, ma sono ben congegnate, hanno dello spirito, riescono nei fatti a smuovere gli avvenimenti. In qualche modo siamo portati a parteggiare per loro. Ed ecco l’orrore del XVIII secolo: l’orrore di sentirsi amici del male, di appoggiare il vizio, di disprezzare i santi limiti che ci impongono le Leggi e la Religione.

I trucchi che Valmont usa per far cadere tra le sue lenzuola la Tourvel funzionano: lettera dopo lettera la vediamo cambiare, recedere dal proprio moralismo, passare da una visione bigotta dell’esistenza all’amore travolgente, e da questo alla follia. Cécile de Volanges prima scrive come la scolaretta che è, poi, man mano che passa sotto l’influenza della marchesa di Merteuil, cambia il suo stile, si sforza di essere seria, di usare un tono più consono al suo status e ai suoi desideri, fino a farsi dettare le lettere da spedire all’amato Danceny direttamente da Valmont. Danceny, nella sua ingenuità, usa la lettera come fosse uno specchio dell’anima, per comunicare quello che sente di essere, senza infingimenti. Al polo opposto la Merteuil, che usa lo stesso strumento solo e sempre per dissimulare quella che è, e ingannare tutti. Le sue lettere sono forse le più potenti, tanto da dirigere anche le azioni di Valmont (gli impone di sedurre Cécile, di troncare con la Tourvel, di non tornare a essere il suo amante), fino a scatenarne il duello con Danceny. Ma Valmont morendo regala al cavaliere le lettere che la marchesa gli inviava, le uniche nelle quali lei parlava senza peli sulla lingua. E Danceny pubblica le lettere per tutta Parigi. Alla Merteuil non resta che sfuggire, e, morto il suo antico amante, non avrà più nessuno con cui confidarsi, più niente da dire. Chi è rimasto però parla ancora di lei, la donna fatale. La vecchia zia di Valmont, Madame de Rosemonde, che riceve tutte le lettere raccolte da Danceny sulla vicenda, e consiglia alla madre della Volanges di far chiudere in convento Cécile; lei depreca i costumi e il male: ma la sua voce è sola (la madre di Cécile, pur millantando virtù e buona condotta non è stata capace di vegliare sulla figlia, e questo le toglie credibilità), e la virtù che incarna è vecchia. Le lettere che leggiamo non sono quindi frammenti di tesi filosofiche da confrontare e scegliere: sono lettere vere. E Le relazioni pericolose, come diceva Gide, può davvero apparire, ben più dei testi di Sade, come un “manuale di dissolutezza”.

E a chi pensa che i personaggi di Laclos non hanno una psicologia profonda, ma sono solo dei caratteristi, propongo di buon grado la lettura della Lettera 81, La Marchesa di Merteuil al Visconte di Valmont, in cui la perfida nobildonna ci svela l’origine della sua esistenza, la sua formazione, la volontà di godere la vita al pari e sopra ogni uomo, che la natura ha imposto come dominatore, e del quale lei vuole avere la meglio. Un testo profondo, doloroso quasi, in cui il trionfo dell’intelligenza (seppure asservita al “male”) riesce a profilarsi come unico faro di luce tra le tenebre della barbarie. Illuminismo allo stato puro.

Glenn Close nei panni della Marquise de Merteuil nel film di Stephen Frears, Dangerous Liaisons del 1988.

One thought on “3a puntata de “Le relazioni pericolose” – Lettere

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