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Ebbene, sì: Amanda è stata prosciolta dall’accusa di omicidio. Assieme al suo ragazzetto, il miliardario viziato-faccia da schiaffi Raffaele Sollecito. Mettetevi il cuore in pace, e non aspettiamoci che i tribunali confermino quello che noi tutti sappiamo: è lei l’assassina, la femmina fatale, la sgozzatrice! Ella è simile alla meretrice dalla veste scarlatta, con una corona sulla testa e sulla corona una bestemmia; vascello del demonio, ricettacolo di ogni sozzura, la belva insaziabile che dirocca le città, ammazza i padri, oppone nemici a nemici. Molte lusinghe possiede ella, ma una sopra tutte la rende colpevole e fatale. Amanda è bellissima. Proprio per questo è colpevole, come le streghe che erano ritenute streghe solo in quanto donne. Quando Isotta la bella fu sorpresa a tradire il re Marco i lebbrosi si affrettarono ad assediare il palazzo e urlare: “Datela a noi, non bruciarla, ché il fuoco è una pena troppo lieve per lei! Datecela, il morbo accende il nostro desiderio e quando dovrà venire con noi, e coricarsi nei nostri tuguri allora rimpiangerà il suo peccato!” Allo stesso modo, non appena è circolata la notizia della liberazione di Amanda, una turba di sudditi eccitati si è ammassata davanti il palazzo del tribunale di Perugia, gridando: “Datela a noi Amanda!”
La nostra logica è stringente come quella del Medioevo, fa acqua da tutte le parti. Il tribunale di Perugia ha stabilito che non è possibile condannare Amanda e Raffaele in base a delle prove che di scientifico non hanno proprio niente. Invero, questo non implica che i due siano innocenti. Solo, in base all’indagine pasticciata che è stata fatta, non è possibile inchiodarli all’omicidio della studentessa inglese. L’unico colpevole resta il ragazzo di colore che ha ammesso l’omicidio. Spumante da Bruno Vespa, j’accuse di don Angelino Alfano. Fine della storia. E poi, alla fin fine, a noi cosa diavolo importa di Amanda? Basta, se n’è tornata a casa del diavolo, non si è capito se con o senza passaporto – ma, francamente, che il diavolo se la porti.

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