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Stavo andando all’Università. Non avevo la bicicletta quel giorno, e la ventiquattrore mi impicciava. Un paio di quaderni, qualche tubetto di colla (suor Lilly in asilo mi ha insegnato a portar sempre con me un tubetto di colla), ma l’effetto sul mio braccio era di trasportare un sacco di mattoni. C’era una luce intensa, e scendendo lungo la via Imera, in quel pezzo di strada che si apre a slargo, con quelle verdure, quelle piante, che le danno un’immagine di un pezzo di provincia, stringevo i miei occhi da miope di fronte al sole. Dei lavori di scavi e gru, dalla sinistra, diffondevano una nuvola bianchissima di polvere e dei rigagnoli sotto i piedi schizzavano gocce di fanga grigia. Un uomo camminava davanti a me e a un certo punto si inerpicò, sopra la strada, verso un pezzo di terreno libero, sopra il quale, a strapiombo, si erge una rosea scuola media, la solita scuola di frontiera in mezzo al pattume e i cani randagi. Questo piccolo terreno viene periodicamente usato a discarica, ma senza convinzione, a uso domestico: la gente va lì e lascia le sue immondizie. Qualche furgoncino di sera scarica monnezza varia. Sotto questa strada, interrato, scorre un pezzo di fiume e – chissà – i palermitani penseranno che non è proprio il caso di impiantarvi un disastro ambientale. Si limitano a insudiciare, ecco. Una volta, sul ciglio della strada, sopra il basso muro che la divide da quel terricciolo, qualcuno ha appiccicato un foglio di carta con sopra scritto: CHI BUTTA L’AMMONDIZIA QUADDIETRO CI DEVONO CADERE LE MANI. Ma anche quella minaccia, così, senza troppa convinzione. Questo pezzo di città è accomodante.

A ogni modo, questo tizio davanti a me si arrampica “làddietro”, oltre la strada, e da lì, con uno scalcio, fa venir giù, sull’asfalto, una lattina mezzo arrugginita (carne in scatola?). “Pulito!” gli grido, da dietro, intendendo dire: il suo rispetto per la pulizia della città è ammirevole, signore! – ma le parole mi escono meglio per iscritto, mai sulla bocca. Comunque sono certo il mio tono non lasciasse incertezze sul messaggio che volevo lanciare. Passandogli vicino, vedo che il tizio ha tirato fuori da una tasca una siringa e prontamente se la inficca su un braccio. Impallidisco. Per un attimo provo a fare dell’umorismo nero con me stesso, dicendomi che starà facendo l’insulina. Ma non posso nascondermi che la prima cosa che ho pensato, sotto quel sole accecante, è che se mi avesse sentito e si fosse risentito del mio rimprovero, avrebbe potuto aggredirmi e puntare la siringa a me.

One thought on “vergogna

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