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In questi giorni di assoluto ritiro dal mondo la guerra infuria in Libia e i cosiddetti ribelli stanno avendo la meglio su Gheddafi. Forse proprio adesso mentre scrivo il dittatore viene catturato e deposto. La guerra contro la dittatura da un po’ di tempo è però diventata la guerra contro il dittatore. I ribelli hanno preso tutta Tripoli e con una autorità stupefacente e fulminea hanno già cambiato il nome della Piazza Verde in Piazza dei martiri su Google Maps. Ma finché non avranno preso Gheddafi vivo o morto, che sta pervicacemente rintanato nel deserto, la guerra non sarà finita. Com’è lontana Tripoli. In TV passano delle immagini atroci nelle quali non riconosco Tripoli. Io sono stato laggiù e l’ho vista. Eravamo costantemente scortati da membri del servizio segreto che non ci lasciavano fare un passo liberamente. E avevamo a nostra disposizione due pullman. Uno degli autisti portava in giro con noi suo figlio. Doveva avere dieci anni scarsi ed era di una intelligenza e di una furbizia deliziose. Era un bambino simpatico e monello come tutti i bambini del mondo. Si chiamava Adhim. Spesso mi trovo a chiedermi che fine abbia fatto, specie ora, con una rivoluzione in corso. Era dolorosamente anti-regime. Soffriva per la presenza costante dei ritratti del raìs che ci circondavano e a dispetto dei tanti canti di propaganda e militaristi, era spiccatamente propenso verso tutto ciò ch’era satirico, nuovo, europeo. Un giorno ci avevano accompagnati in un museo pieno di reliquie della guerra di resistenza anti-italiana. Mi accorsi della sua insofferenza e del suo spirito quando, di fronte alla fotografia di un gerarca arabo che non riconoscevo (la foto era scolorita, risalente agli anni ’70), gli chiesi chi fosse e lui mi rispose pronunciando nel modo più impeccabile possibile, secondo quelle che sono le regole fonetiche dell’arabo classico, il nome di Gheddafi (mai dimenticherò le guanciotte gonfie d’aria mentre espirava “Mu’ammar al-Qaddàfi”). In un’altra stanza c’era un cannone ’15/’18 e gli feci delle foto mentre si metteva in posa come a volerne bruciare la miccia. Giocava. Gli dissi “noi siamo per la pace”e lui si illuminò, gli occhi piendi di luce nuova, felice di aver trovato qualcuno che la pensava in modo diverso, la pace! Al posto della retorica sulla guerra! La pace, bellissima e segreta! Nei giorni seguenti non mi si staccò più di dosso, e ne approfittava per sfogarsi a rendere ridicoli tutti i seguaci del regime, grandi e piccoli, che ci circondavano: con chi altri avrebbe potuto farlo?! Gli consigliavo prudenza quando si spingeva troppo oltre: suo padre lo fulminava con lo sguardo, e c’erano sempre intorno quei pericolosi agenti dei serivizi segreti. Quando partimmo per tornare in Italia piangeva come tutti i bambini del mondo quando gli amici devono allontanarsi. Piansi anche io un pochino, e lo abbracciai forte. Non ne ho più saputo niente e ancora oggi mi chiedo com’è diventato grande, quanto sia stato importante per lui e per noi quest’incontro. E spero sempre che stia bene, che il regime non gli abbia fatto niente e che le violenze non lo colpiscano. Mi sento molto estraneo ai venti rivoluzionari che soffiano sopra il Nord-Africa e guardo con sospetto quello che scorre alla TV. Ma un pezzo del mio cuore è rimasto a Tripoli, in quella bellissima città che vidi per poco tempo, e presso quel ragazzino dispettoso e buono, il piccolo (ormai grande) Adhim.

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