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dal mio diario:

Riflessioni sparse sul viaggio in Libia

(23 novembre 2007)

La parola viaggio, ci è stato insegnato, deriva da viaticum, che nella sua accezione originaria indica “gli alimenti necessari per compiere la via”. La sineddoche è bella, perché il concetto di viaggio implica, allora, non solo lo spostamento di un individuo da un luogo ad un altro, ma anche cosa ne abbia alimentato il percorso, quale sia stato lo scambio avvenuto per strada, come l’esperienza del viaggio, insomma, la scoperta dell’altrove sia stata recepita e trasformata. Nonché, come abbia trasformato il soggetto-viaggiatore. Perché ogni viaggio implica un ritorno, e dunque una riorganizzazione e una ridefinizione dell’universo rispetto a come era conosciuto prima del viaggio stesso.

Il viaggio appunto non è solo uno spostamento: è incontro con l’altro, con un diverso rispetto alle convinzioni – e alle convenzioni – di cui si partiva muniti. Un diverso, un’alterità che permette di riconoscere sé stessi; o di cambiare sé stessi, i propri pregiudizi risultando chiari nella loro arbitrarietà di fronte al pregiudizio, al costume altrui.

Viaggiare insomma significa scoprire sé stessi attraverso il mondo, e il mondo attraverso sé stessi.

Tutto ciò è interessante nella misura in cui non funziona più. Oggi il viaggio è stato sostituito dal turismo, ed ogni luogo appare simile ad un altro: non perché lo sia, ma perché nessuno bada più – né può essere altrimenti in un mondo contratto dalla globalizzazione – a cosa si mangia lungo la via. Ovviamente scherzo, ma non del tutto: sicuramente la velocità con cui possiamo spostarci dimezza l’esperienza di qualsiasi viaggio, o la esemplifica.

Può capitarci di aver visitato molti paesi, eppure di non avere mai viaggiato. Di non aver capito nulla di noi stessi, né dei luoghi che vedevamo.

Ora, solo in condizioni particolarmente fortunate – e dunque rare – è possibile fare un viaggio: e, sottolineo, l’importante non è la mèta, ma lo spirito con cui si arriva. Le persone con cui si compie il cammino. L’intelligenza che usi per relazionarti con queste persone. La capacità di sorprenderti di fronte ad una humanitas troppo frequentemente messa a tacere.

Questi sono stati gli elementi del mio primo vero viaggio. Forse l’unico. In Libia. Bando a facili equivoci, nonché ai luoghi comuni sulla “genuinità” dei paesi arabi, la loro ospitalità proverbiale ecc. : queste cose sono roba da letteratura, da turismo: e le avevo già vissute in Tunisia.

Però in Libia, a tutto ciò, è stato accompagnato quello di cui parlavo poco fa, e che ha reso quest’esperienza unica.

Nonostante gli sforzi (e anzi proprio a causa di questi) dei nostri ospiti di appagare ogni più piccolo nostro desiderio, subito prevenuto, subito soddisfatto, la Libia è un paese poverissimo. Non ce ne saremmo dovuti accorgere, alloggiati in hotel di lusso, con due pullman a nostra disposizione e coccolati da splendide gite in luoghi da sogno. Il fatto è che, come si dice al mio paese, non è possibile coprire il sole con un setaccio: la luce passa. Le strade sconnesse, i mercati poveri, le famiglie numerose avrebbero rappresentato comunque ben poco rispetto al palesarsi di una ricchezza floridamente volgare in cui si è voluti mantenerci.

È questo un elemento importante del viaggio in Libia, della Libia? Non so: certo ha avuto un suo peso. Ci ha costretti ad andare al di là dell’apparenza, a voler scavare sotto la facciata, a conoscere veramente il luogo in cui ci trovavamo, le persone che ci circondavano. Sia i libici sia i nostri compagni di viaggio. E mentre lo facevamo riconoscevamo noi stessi, capivamo come funzioniamo. Mai come in questa esperienza ho avuto cognizione di una mia particolare “specificità”, mai come in Libia ho sentito l’urgenza di capire chi fossi, donde venissi e cosa pensassi: e riuscirci per giunta!

Attraverso gli altri, i miei compagni di viaggio prima, i libici poi, ho capito delle cose fondamentali e su di me e sul mio mondo.

Non avrei mai pensato, per fare un esempio circa la mia persona, di essere tanto siciliano. Né avrei mai creduto, per dare un caso di carattere più generale, che l’intolleranza o la condanna di certe pratiche come l’omosessualità siano in realtà retaggio di un universo, il nostro, che si pretende libero da quei pregiudizi che invece affibbia volentieri al mondo “islamico”, e di cui esso, al contrario, non si da minimamente problema.

Tutto ciò, nonché altro – altro che ha a che fare con la pratica dei sentimenti, dell’amicizia, della volontà di socializzare – resta il mio personale tesoro dell’esperienza in Libia. Tra Tripoli, Bengasi, Sabratha, Cirene, Apollonia e innumerevoli altre località, facendo un bagno rilassante in spiaggia e badando sempre a fermarci, a stare un po’ più del dovuto a tavola, a ritardare, abbiamo scoperto cose fantastiche, persone interessanti, intelligenze splendide.

E tra l’episodio del pullman che fora una ruota in mezzo al nulla tra una città e l’altra sotto i 50° (luogo comune da letteratura da viaggio!!!) e il gruppo di ragazzi assolutamente sconosciuti al suq degli animali che mi hanno fatto sedere con loro offrendomi da mangiare bere e fumare (altro luogo comune!), e un’improbabile conferenza sul risparmio energetico mentre dei rubinetti perdevano beatamente acqua, resta per me indelebile il ricordo di una signora, velata, araba, con un bambino, che vede i tre occidentali che eravamo a girellare per il quartiere vecchio a Tripoli e ci apostrofa, facendo una buffa riverenza con la mano: “Bonsoir Messieurs, comment ça va?”

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