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Osservare gli animali è istruttivo. Quand’ero piccolo odiavo i documentari – mio zio non perdeva occasione per inchiodarci davanti alle scimmie della Malesia o le jene del Borneo e i canarini del Caucaso. E io e mio fratello, agognando l’ora in cui avremmo potuto vedere un lungometraggio Disney qualunque, ci addormentavamo l’uno sulla spalla dell’altro, mentre gli armadilli del caso si agitavano sullo schermo come guitti. Oggi potrei pure incuriosirmi ai documentari della National Geographic che danno su Sky, ma vi confesso che provo più interesse per quegli scimmiottamenti di documentari: quelli in cui fanno il calcolo di quanti centimetri di corda servono per fare un giro intorno al mondo, o dove costruiscono le avveniristiche macchine di Leonardo, e ancora quelli in cui enumerano quanti danni causano gli schianti di treni o aerei che deragliano e precipitano fracassandosi sopra le montagne. Anche perché che relazione potrà mai sussistere tra l’osservazione di un coccodrillo che fa la sua digestione all’ombra dei giunchi dentro uno stagno e me, che la cosa più vicina a un coccodrillo che ho sono certe cinture di squame di contrabbando che non indosserò mai?

Ma gli animali che abbiamo vicini, quelli sì, bisogna osservarli: perché ci rivelano tante cose di noi e del nostro modo di pensare (e quindi di agire). Lasciate perdere cani e gatti, li abbiamo troppo antropomorfizzati perché possano avere una loro autonomia intellettuale, o psicologica, o fattuale. Spostiamo l’attenzione su quegli animali veramente animali, ancora selvatici, o mezzi selvatici, che ci stanno intorno. I piccioni per esempio. Quei volatilacci neri e grigi che imperversano sopra le nostre teste diffondendo infezioni immonde. Non possono dirci molto loro – chi sa dove dormono, dove nascono? Dove muoiono? Noi cittadini immaginiamo per loro dei rifugi segreti nei quali scompaiono quando calano le tenebre, ma supporre un segreto vuol dire erigere il muro del mistero e finché quel muro non sia scavalcato, i piccioni continueranno a dirci poco su noi stessi. Se non forse che ci sono dei limiti oltre i quali non sappiamo andare. E non ci voleva certo il piccione per fare questa considerazione. Restiamo in cielo: ecco, vedo i gabbiani! Questi uccelli io non li ho mai visti in mare. Dicono che il gabbiano scendesse in volo a riva di mare a chippare col becco il pesciolino di turno che stava un po’ così a sguazzare in superficie. Perché non stanno più a mare? C’è meno pesce d’una volta? Io li vedo aggirarsi come uccelli da preda sopra i bidoni delle immondizie, gracchiando il loro lamento disperato dall’alba al tramonto. Ce n’è una colonia importante nei pressi dell’Università, qui a Palermo, segno che da qualche parte in mezzo ai giardini botanici e accademici che costeggiano viale delle Scienze dev’esserci una nutriente discarica. E sopra tutti gli immondezzai, le piccole discariche abusive e i cassonetti rigonfi di rifiuti i gabbiani festeggiano il loro e il nostro cambiamento di costumi: noi produciamo un impressionante quantità di rifiuti, loro hanno abbandonato il mare, da bravi palermitani, e hanno preso il posto dei topi.

– Eh sì, eh: prendiamo i topi. I topacci di fogna, i ratti, quei gatti a pelo corto con la coda lunga il doppio di loro, quei sorci con le zampe di coniglio, il verso dei suini e gli occhi dei goblins. Non so voi, ma fateci attenzione: ne avete mai visti accanto a cassonetti dell’immondizia? Io, mai. Magari presso le fogne, quello sì. In luoghi bui e tenebrosi, ok. Ma mai tra i rifiuti. Son diventati troppo signori per gli avanzi, per gli scarti. Già è troppo dormire tra la melma e l’acqua che sa di dentifricio. Li ho visti spesso vicino a ristoranti e trattorie. Uno, una volta, lo vidi uscire a razzo da una pizzeria di cui mi permetterete di non fare il nome (non qui almeno…). Quand’ero un tout petit enfant, ne era piena la cantina del mio palazzo. Un luogo dove stanno specchiere e divani e lampadari: per dire, stavano da pascià, manco casa mia è arredata meglio. I topacci voglion fare il salto di qualità signori miei! Mangiano al ristorante, prendon stanza in camere di buon gusto. E come dei buoni cittadini metropolitani, van sempre di fretta. O forse restano irrimediabilmente dei piccolo-borghesi. In mezzo tra la miseria putrida e il riscatto sociale, rotolare verso l’una o ascendere all’altro è questione di grande determinazione. Credo che, pur restando bestiacce, ci somiglino molto. E talvolta, a causa di questo, penso che ci soppianteranno. Noi abbiamo sostituito quei mammozzoni di dinosauri: perché loro non dovrebbero rovinarci e predere il nostro posto? Ma non è detto: abbiamo ancora il tempo per avere la meglio e sterminarli senza pietà.

E veniamo, come promesso, alla solita tartaruga. E’ un animale straordinario, credetemi. Non smette mai di sorprendermi. L’ultima volta che ne ho scritto dicevo che era nella fase della disperazione. Ecco, penso che abbia percepito la mia compassione e s’è rivoltata. Ora ha preso l’abitudine di dormire di giorno e fare le sue dimostrazioni di forza di notte. Sempre il solito: provare a uscire dalla vaschetta. Il fatto che ci provi di notte è invece per me fonte di disperazione: bel contrappasso. Tu la senti, lì, nel silenzio del buio, a sbattere, a incornare. E’ l’angoscia. E se, non vedendo niente, rischiasse di ribaltarsi a gambe all’aria? Ci mancava pure questa! Ed eccomi allora alzarmi con il telefonino come una torcia, a controllare che le succede. Quando non la sento più sbattere me la vedo già annegata al buio. Meglio allora che s’agiti quanto vuole benché così il mio sonno sia tormentato. Intorno alle 04,00 in genere provo il desiderio di impiccarmi: se non la sento mi alzo, ogni due minuti, per vedere come sta; se la sento non m’addormento; se mi tappo le orecchie non la sento più e siamo daccapo. Cerco di immaginare allora dei sistemi che le impediscano di impedirmi e il sonno e la tranquillità ed è così che senza accorgermene scivolo nel sonno. Intorno alle 09,00, con l’eco del suo rumore nella testa mi sveglio. La sento ancora, sono distrutto, e dall’intervallo tra un rumore e un altro capisco che è stanca. Così il mio primo pensiero al mattino è per lei, come anche l’ultimo alla sera. Manco fosse un amante. Lo fa apposta. Se non potrà uscir fuori da quell’odiata vaschetta, farà entrar dentro con lei chi la ascolta. Un incubo. Chi immaginerebbe che tutto questo deriva da una tartaruga? L’uomo, il signore del mondo, è tenuto sotto scacco dal più docile degli anfibi. Non mi resta altro che scriverne, nella speranza che chi leggerà non abbia l’avventatezza di pensare che le tartarughe sono animali stupidi.

4 thoughts on “Dal diario del custode di una tartaruga

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