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Apriamo le tende. Nel mio ultimo post sulla tartaruga ho trovato questo commento, che il blog ha frettolosamente infilato tra gli spam:

A successful blog needs unique, useful content that interests the readers

Ora, io che fatico sempre con la lingua inglese, mi trovo a intuire che:

Un blog di successo ha bisogno contenuti unici e utili che interessi i lettori

Il che di sicuro non rende onore al mio curriculum di traduttore, ma qui quello che mi interessa non è la qualità della traduzione, quanto il senso più immediato, sbrigativo se vogliamo. (tra parentesi, il blog aveva ragione, il commentatore era uno spammer).

Bene. Dal che vogliamo indurre che questo non è un blog di successo? Induciamolo tranquillamente. Sulla unicità dei contenuti non voglio nemmeno discuterne: sfido chiunque a trovare qualcosa che non sia stata già scritta. Tutto è stato scritto! La discriminante non è l’originalità ma il modo in cui la cosa vien raccontata. E quello, è unico come unico è ogni essere vivente. Guarda, sono certo che se sfogliassi Omero, sì, Omero, vi ritroverei tutte le storie e le riflessioni e le fanfeluche che ho scritto su questo blog, praticamente identiche: in Omero si ritrova sempre tutto quello che è stato scritto dopo di lui. Ma il mio stile è differente, irriducibile a quello di chiunque altro. Ma non perché abbia un suo nonsoché, no, azzero ogni presunzione: solo perché so che nessuno al mondo respira come il suo simile, nessuno è clone d’un altro, nessuno può scrivere come un altro. Punto.

Circa l’utilità di quel che scrivo, beh, non c’è dubbio: scrivo cose decisamente inutili. Non sono un pragmatico anglosassone; parlo una lingua latina, ho sangue arabo e bizantino, sono stato allevato nella religione cattolica, ho antiche ascendenze magnogreche: quanto di più indolente, lassista, vaporoso, rêveur possa essere concepito da un inglese o da un americano. Se le cose, come vogliono gli anglosassoni, sono le loro conseguenze pratiche, questo blog non è niente. E non avrà mai successo. “Tanto peggio per la realtà!” avrebbe risposto Schopenhauer. Dovrei provare a discutere di cose utili? Ma che noia! C’ho provato, andate a controllare negli archivi del passato. Ma io sono sempre più convinto che sia utile parlare di cose inutili. All’apparenza saranno inutili. Come inutile poteva essere per gli olandesi spiare i loro vicini di nave, col cannocchiale, solo per spettegolare. D’accordo, d’accordo. Poi però un giorno, per caso, un matematico italiano si ritrova a puntare l’instrumentum su per il cielo, a osservar le stelle. Anche quello era inutile: che possiamo ricavarne dai satelliti di Giove? Eppure se non si fossero osservate le stelle gli americani non avrebbero mai potuto spedire Neil Armstrong sulla luna; ancora, una cosa inutile, che non ci ha portato alcun ricavo pratico. E quand’anche non ce ne portasse mai? Quanti sogni, quante speranze, quanti dolori, quanta gioia ci hanno regalato gli olandesi, Galilei, la Nasa! Non sono forse sufficienti? Le storie che ci raccontiamo, sì, non mutano, nell’immediato, concretamente, alcunché. Ma ci permettono di immaginare altre storie, di riflettere, di disporci diversamente nell’animo. E la fermentazione di immagini, di idoli se vogliamo, nella mente, produce alla lunga un rinnovamento, un cambiamento. La storia di Edipo per Sofocle non fu che la materia per incantare gli ateniesi a teatro, per il bacino dell’intero Mediterraneo servì a mantenere il tabù dell’incesto e del parricidio, Freud ne cavò l’intera psicoanalisi: e scusate s’è poco! Le alterne vicende della mia tartaruga, che pure potremmo trovare in Omero, non avranno mai il valore di un mito, tantomeno di Sofocle (la mia pur alta autostima mi permette ancora di mantenere una vaga lucidità), ma chi lo sa! Il successo? E che importa? Se anche una sola persona leggendo queste righe avrà passato un buon quarto d’ora; se pure, per me, scrivere queste fole, mi sarà servito per affinare il mio intelletto, o anche solo per divertirmi: sarà stato abbastanza. Abbastanza inutile da diventar utile.

Domani vi racconto un nuovo capitolo della saga della mia tartaruga. Chiudiamo le tende.

2 thoughts on “Tra Sofocle e Galilei, la mia tartaruga.

  1. Ultimamente trascorro molti buoni quarti d’ora a leggere delle gesta della tua tartaruga che, inevitabilmente, filtrano i pensieri (quelli più effimeri ma anche più spontanei) del suo custode.
    Comincio a sentirmi importante: potenzialmente potrei essere quella sola persona che con le sue letture della tarda sera rende utili le tue righe abbastanza inutili.
    Un solo lettore? A conti fatti, se non ti impegni di più, correrai il rischio di avere in futuro solo 1/25 dei lettori dei Promessi Sposi!
    Ti abbraccio. A presto, mi auguro almeno.
    Nicola.

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