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Quand’era piccola stava in un acquario di vetro trasparente, beata. Vedeva tutto attorno a sé, e lei era tutto: un’armonia così perfetta della natura nella natura che si dispera di poter ritrovare altrove.

Poi crebbe. Mio fratello le procurò una vaschetta più grande, non più trasparente questa, non nella parte inferiore. La tartaruga ne fu sconvolta: non vedeva più niente, dov’era tutto il resto nel quale prima nuotava pacificamente? Il mondo! Esisteva il mondo! Quello fuori era il mondo, lei chi era? Dove stava? Capì dunque di essere altro rispetto alla natura: nacque la cultura. E la cultura, com’è sempre, procura dolore. Determinata a uscir fuori, a veder fuori, a ritrovare neoclassicamente quel mondo perduto, la tartaruga cominciò ad arrampicarsi su per la vaschetta, facendo mille sforzi pur di elevarsi e riuscire a mettere la testolina sopra la parete di plastica che la tagliava fuori dal mondo. Ogni giorno, come un atleta che fa i suoi allenamenti, si affannava, sbatteva, si muoveva, si alzava, la testa ritta in su, a riprendersi faticosamente – se non la perduta imperturbabilità- almeno il ricordo di essa. Alle prime luci del giorno, eccola lì, ad avvinghiarsi alle pareti della nuova vaschetta e poi scivolare, e di nuovo su, e giù, e alternativamente in piedi, e ancora a pancia all’acqua. Fino a sera. Ogni santo dì.

E poi la tartaruga è cresciuta ancora. Oggi la fatica quotidiana non è cessata, ma la statura intellettuale dei suoi sforzi si è infranta di fronte alla miseria del mondo: il fuori è fuori, irrecuperabile à jamais! Il dualismo io-mondo è ormai divenuto disperazione, inettitudine totale. Eppure la tartaruga non cessa di agitarsi; solo, ora letteralmente sbatte la testa contro l’acquario, vi si incorna a ogni ora fino al calar del sole, cozzando contro la sua stessa corazza. In un primo tempo pensai che volesse proprio distruggere la parete che la separa dall’esterno ma oggi credo che sia solo la disperazione a condurla a precipizio contro l’odiata vaschetta. In termini molto semplici, si sbatte la testa al muro.

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