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Le giornate si sono fatte più lunghe. Questo significa che c’è più luce, ancora. La luce porta con sé i colori, e i colori danno importanza, una presunta importanza, alle cose, agli avvenimenti.

Uno dei motivi, credo, che rendono così traumatici i troppo spesso evocati di questi tempi esami di maturità, dev’essere la notte, con la sua mancanza di colore. Quando ho fatto io quegli esami, non c’erano estenuanti maratone di studio con i compagni, la notte. Cioè, c’erano, e ci sono sempre state. Ma non fu così per me. Me ne andavo a letto tranquillo, io: avevo studiato per cinque anni. Poi, nel cuore della notte, mi svegliavo. E non vedevo nulla. Potevo sì accendere la luce, ma la luce elettrica mi infastidiva. Percepivo, epidermicamente, che era fasulla, e che tutto quello che illuminava lo fosse. Cominciai a sperimentare ogni modo tramandato per riuscire a dormire tutta la notte. Non c’era niente da fare. Di giorno, ero tranquillo. Di notte, mi svegliavo, senza più prender sonno. E provai a fare lunghe passeggiate notturne, da solo, in giro per la mia città. Il risultato fu analogo a quello di tutti gli altri, ma in quelle passeggiate scoprii che la notte il tempo ha un altro valore, e tutto è più dilatato nello spazio, e si rende in un modo più genuino, autentico. Le persone incontrate, dalle donne che scendono di casa nel buio per dar da mangiare ai gatti randagi ai disperati che cercano un attimo d’appagamento, ovunque, con chiunque, ai vecchi giovani uomini rassegnati, che bevono il loro bicchiere in una bettola infame, senza parlare con nessuno, agli stranieri che raccontano storie all’ombra delle vecchie cattedrali, in centro, e i cani selvatici, che ti osservano muti: perfino la natura, palpitante nel rilascio di anidride carbonica, si fa soffocante e opprimente e tutto vive nella dimensione della verità, più cruda, meno infronzolita possibile, più vera. Le cose del giorno, e il giorno stesso, al confronto, paiono ridicoli. Le smanie angosciose con cui ottemperiamo ai nostri doveri, ai nostri casi, ai nostri sogni, tutto quello che ha un senso, senso fornito solo dai colori, ecco, si sbriciola, insieme alle vicende e a quello che pensiamo, perché la notte ha acceso il vero lume della conoscenza, della gioia, del dolore (da allora l’insonnia, ad alterne fasi, è diventata parte della mia vita).

Ecco, io credo che si verifichi, analogamente, una intuizione della verità simile in tutti coloro che, trovandosi a confrontare con gli esami di maturità, passano le notti coi compagni, a studiare, a bere caffè, a vedere l’adolescenza sparir via. Sparisce, quelle notti, sì. Perché, pur senza vedere quel tremendo formicolare intorno come lo vidi io, il colore manca. E tutto appare vano, insensato. Perché far quella fatica? Per un’interrogazione di quindici minuti? E in base a quei quindici minuti mi marchieranno, con conseguenze che si protrarranno per tutta intera l’esistenza? Non è tutto ciò assurdo? Sì, decisamente è assurdo. Il trauma di quelle notti è rendersi conto di questa assurdità, o almeno averne il sentore. Poi l’esistenza riprenderà il sopravvento, c’è l’estate, il sole, le lunghe giornate colorate. E verrà l’università, nuove amicizie, rimpolperemo di senso quello che facciamo. Ma di quando in quando, all’improvviso, la coscienza dell’insensatezza ci afferrerà, mentre il mondo tace e tutti dormono. E resteremo sgomenti, come allora, di fronte alla vacuità, alla mancanza di senso. La notte, per la giurisprudenza, è un’aggravante.

Francesco Affronti

2 thoughts on “La notte è un’aggravante

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