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Avevo un vestito bianco, come una tunica da prima comunione, ma sentivo addosso anche un coperchio, un arnese grande, duro, che mi comprimeva il petto. Avevo dei bulloni, delle rotelle all’altezza della spalla destra e della spalla sinistra, e con la mano destra giocavo ad avvitare e svitare il bullone sulla spalla sinistra, e allentandolo respiravo meglio. Piegai la testa di lato: sentivo ancora l’acqua nelle orecchie e pensai che dovevo comprare una cuffia nuova. Intanto era venuto un messaggero. Lo conoscevo ma in quel momento non ricordavo chi fosse. Mi dava antipatia. Gli grugnii:
– Che vuoi? Non posso combattere in santa pace?

– Sua Signoria è confusa – rispose. Bello. Faceva molto rinascimento.

– Ma meglio di me lei sa che anche nella peggior battaglia la politica regna sovrana, e dev’essere assecondata e servita. Come si fa con la professoressa Leosini.
In quel momento Fabrizio era Diomede e stava facendo una strage. La Leosini, bastano due al primo banco che fanno sì con la testa. La guerra di Troia era un’altra cosa! Vedevo i compagni fuggire e Fabrizio avanzare. Quand’è che tutto crollerà? Lo sai: quando torna Achille. E sapevo bene che lui sarebbe tornato, volevo che lui tornasse.
– Èleno manda a dire… – Mi dico: ma certo! Allora siamo nel sesto libro.

– Che vuole Èleno? Non sta a corte lui?! Ditegli che non si immischi.

– Altezza! Egli vi scongiura di trattenere i nemici alle porte della città e di impedire che gli alleati fuggano.

– È quello che sto facendo! – sbraitai – Ditegli di stare tranquillo nelle sue stanze; mentre noi combattiamo lui…

– Sono qui Ettore. – e mi sentii battere delle dita sulla spalla. Era Èleno. Aveva un naso sottile e le narici ampie: un naso veramente antipatico.

– Ah sei qua? Cosa vuoi? – mi guardava appena.

– Sono qui per fermare la fuga dei nostri. Talvolta, ha detto il Re, un indovino è meglio di un soldato – E cominciò a parlare agli eroi, incitandoli a resistere. Subito mi misi allato a lui. La sua fortuna fu di imbattersi in Enea, quello non disobbedisce mai ai comandi di un sacerdote. L’acqua mi uscì dalle orecchie. Oh, quell’acqua calda che si stappa dopo ore e ore! Mi trovavo costretto a congratularmi con lui.

– Grazie fratello!

– Aspetta a ringraziare. Sua maestà vuole che tu convinca la regina a fare un sacrificio in onore di Atena, la protettrice di Diomede. Chissà che non lo distragga…

– Ma dovrò salire in città!
Non mi ascoltava. La sua missione era conclusa e frustò i cavalli. Salii anch’io sul mio cocchio, allentando un poco l’armatura. Oh, Troia! La vedevo davanti a me, splendente e altissima, con le bianche torri di marmo, le bandiere azzurre e rosse, e le luccicanti trombe d’argento sulle torri a squillare. Avevo raggiunto Èleno e con lui stavo entrando nella bianca rocca di Troia, la città più famosa del mondo: e non esiste più! Mentre entravamo, e le guardie gridavano – Largo ai Signori di Troia! – io pregai Cristo, se intendi far perire Troia, che io non veda mai quel giorno.
Ecuba aveva l’aspetto della mia prima baby-sitter. Era con delle donne a pulire i ceci uno per uno, come faceva quando ero piccolo: un tagliere di legno tutto pieno di legumi e lei china, al buio, senza nemmeno la luce accesa. A vederla mi sentii stringere lo stomaco, e allentai di nuovo l’armatura. Quando mi scorse si alzò e venne ad abbracciarmi piangendo.
– Figlio rimani qui con me, vado io a combattere…

– No mamma – e le distolsi gli occhi dagli occhi e provai a guardarla in quella fessura che c’è tra gli occhi e le sopracciglia – Meglio sarà per la Città se andate a fare sacrifici ad Atena. – mi sentivo guardato da lei. E in quel momento odiai Troia, l’Iliade, Omero e tutte quelle stronzate.

– Hai ragione – disse lei. Ora Ecuba aveva l’aspetto della professoressa Russotto. Ma che c’entra la profe…

– Ettore! – gridò una voce dietro di me: è Luciano – Oh Ettore! – disse abbracciandomi. Anch’io lo abbracciai forte. Oddio, l’ho sentito: ho avuto un’erezione. Ma Luciano già non era più lui, era Mario. Però era sempre Luciano. Mi strinsi la rotella dell’armatura. Mario, cioè Lucio, aveva appena saputo che ero qui, in questo sogno. Sa sempre tutto. È che lui è un gay e ha la capacità di cogliere tutti i sussurri che gli si fanno intorno. Altro che le nostre compagne! Fu il primo a Palermo, mentre ancora mio fratello era in Europa, a sapere che aveva rapita Elena. «E chi è Elena?», gli aveva chiesto un cortigiano, che come tutti in città nulla sapeva di Elena e degli Achei, «Ma come chi è Elena?», aveva risposto lui, «È la donna più bella del mondo, barbaro!», e poi «Veste Prada.»
– Ettore!

– Lucio dài, sono io, Claudio!

– E chi dovresti essere? Tòh, tienimi questo – e mi passò un anello, mentre lui sventolava le mani come per far asciugare lo smalto – Dimmi: scendi in battaglia e io disobbedisco a Priamo. Lo sai, è che sono frocio, per questo non vuole che combatta. E tu invece? – arrossii. Certe volte quando fa certi discorsi lo prederei a legnate. Ero ancora incazzato per quella battutaccia e poi dovevo fare ancora una versione per domani e non ce l’avrei fatta ad andare in piscina. Lui mi diceva che dovevo sbrigarmi: sul campo, gliel’aveva detto Maria (ma chi è Maria?), Fabrizio e Glauco stavano parlando delle loro famiglie, che sembra fossero legate. – Anche se fosse ignobile dovresti attaccarlo alle spalle e sbudellarlo – disse lui. E io risi:

– Mi troverei con Atena alle calcagna!

– Oh, Atena! – disse soffiandosi sulle dita – Preferisco di gran lunga Diana. Una selvatica, ma almeno senza pretese di saggezza o sapienza.

– Luciano, zitto! Se Priamo ti sente ti fa bruciare per empietà.

– Cos’è, vuole cattivarsi gli dèi di Grecia? I nostri Lari, i nostri Penati sono passati di moda?

– Bèh, ma gli dèi dell’Olimpo sono più potenti!

– Sono degli intriganti! Si immischiano di continuo nelle cose umane! – sbottò lui.

– Sono i Greci gli intriganti e poi stai tranquillo: litigano sempre tra di loro. Sparta e Atene, Sparta e Atene… Tanto poi i Romani se li ammuccano. – cosa cazzo stavo dicendo?

– Claudio: ti voglio bene Principe – ed era ritornato Mario, e il mio cazzo mi faceva male. Eravamo arrivati di fronte alla casa di Paride. Forse questa era l’ultima volta che lo vedevo. Se avesse potuto fare parte dell’esercito, egli sarebbe stato per me quello che Patroclo era per Achille. Ma io non potevo avere un Patroclo. Del resto, Achille non avrebbe mai avuto Mario; e nemmeno Luciano. Lo salutai e gli dissi che presto ci saremmo rivisti. Ma a corte questa volta, nella corte di un Regno libero dal flagello. Rise, e se ne andò agitando le mani. Stringevo il suo anello fra le dita, o forse era solo il bullone del bustino.

Già che c’ero potevo rimproverare Paride che stava in casa con Elena. Poi sarei scappato da Andromaca per un saluto e infine sarei sceso in piscina. Paride aprì la porta, tutto spettinato e sfatto dalle troppe scopate con Alba. – Smidollato! Schifoso! Vestiti, prendi la tua spada e scendi dal letto! – era entrato lasciandomi sull’uscio. Vidi Alba: era Elena, e mi venne di nuovo duro. Spesso avevo odiato quella ragazza: in tre anni al liceo avevo capito che a Menelao nulla importava di lei, e molto delle nostre ricchezze. D’altronde in tutti questi anni Elena si era resa conto di che tipo fosse l’uomo che l’aveva portata con sé: sapeva scopare, sì. Ma per il resto era un deficiente e non faceva altro che debiti con gli spaccini. – Guardalo, se ne va. Tu a combattere e lui a starsene in disparte… Non è giusto! Di’, ti pare giusto? – gli gridò dietro. Cazzo com’era bella. Stavo andando a sbatterla al muro, ma sentii un fruscio al calcagno. Era Milù, il mio gatto. Le nostre compagne raccontano che la vita insieme a Paride era per lei un inferno. Qualcuno diceva pure (ma io non ci credevo) che a volte non gliela voleva dare e che ad Afrodite in persona aveva tenuto testa, che voleva costringerla.
– Non può continuare tutto questo – diceva.

– Non continuerà. Presto, con o senza tuo marito, vinceremo.

L’avevo confusa un attimo dicendo tuo marito. Io mi riferivo a Paride ma lei pensò a Menelao. Forse l’amava ancora. Chi ci ha mai capito niente. Intanto lei diceva che mi stimava troppo, di tanto in tanto intercalando delle invocazioni a Paride affinché si vestisse delle sue armi; faceva: Paride!, con la voce di una che si è fatta una canna, e riprendeva a parlarmi. Ecco, io pensavo a lei, alla sua tracotanza di fronte ad Afrodite (ce l’avevo di nuovo moscio). Pare che la dèa le dicesse «Paride ti aspetta, compi il tuo dovere, va’ a letto con lui» e lei rispondesse «Vacci tu!» La ringraziai e le dissi che andavo, volevo salutare Andromaca.
– Non mi ha ancora aggiunta su facebook.
A Elena non l’aggiunge nessuno su facebook. Solo i maschi. Le donne la odiano. Andromaca per prima. È una straniera.
Mi facevo passare la rotella da un dito all’altro ed entrando a casa mia chiamai: «Andri!» Trovai un biglietto all’ingresso: Torno stasera.

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