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Demòni e non Dèmoni. Non chiedete di spiegare il perché. Penso dipenda dal fatto che con l’accento sull’o evochi scenari afferenti al cristianesimo: quivi infatti c’è sempre il demonio, mai il demone. Demone è più da furia socratica, pagana, scevra dall’incubo del tormento eterno, semmai del tormento tutto qui, in questa vita: “Salvati dalle furie della madre, dai dèmoni che ti inseguono” dice il Coro a Oreste.
Bene. Ravenna, domenica 27 giugno 2010. Un weekend stravagante che un giorno meriterà di essere narrato per intero. Ma per l’intanto: ho visto I demòni, tratto dal romanzo di Dovstoeskij, regia di Peter Stein. Applauso.
ivan alovisioLo spettacolo inizia alle 11,00 e termina intorno alle 23,00. Toglietevi dalla testa quello che state immaginando. Già vedo nelle vostre menti l’immagine di quel film di Fantozzi, dove tutti sono costretti a vedere La Corazzata Kotionkin, film lungo sette ore e mezza, la cagata pazzesca. Bene, vi sbagliate. Nel caso dello spettacolo, sembra che il tempo sia scivolato. A parte alcune scene, rette dagli attori ahimè meno bravi, che, appunto per questo motivo, risultavano stantie, lo spettacolo ha catturato tutti gli spettatori, quasi non facendoci accorgere che il tempo passava, ed era tanto. Che talento, che bravura! Che storia! Non volendo svelare nulla della storia stessa, ho il piacere di affermare che la volontà del regista è stata quella, appunto, di raccontarla questa storia. Di affabulare. E c’è riuscito. Niente pippe mentali, nessun simbolismo mentecatto, niente quiz: solo una storia. E tutti noi lì, rapiti ad ascoltarla, come bambini che non perdono una parola dalla fiaba che racconta la nonna. In tal senso, il ruolo del “narratore”, Grigoreiev (Andrea Nicolini) è stato retto benissimo.
Niente musica, virtuosismi vocali, nessuna pretesa, estrema pulizia del gesto e capacità pazzesca nel reggere le caratteristiche di un personaggio tutto sommato “normale” e per questo difficilissimo. Fare il pazzo, l’isterico, l’uxoricida è facile (per chi lo sa fare è chiaro, e in tal senso i due “folli” della storia, il pur bravissimo Ivan Alovisio – Nikolaj – messo assieme all’inutile Irene Vecchio – Lizaveta – hanno buttato alle ortiche i loro intensi e dolorosi personaggi, da cui dipende il significato del titolo), ma interpretare una persona di strada, normale, lo spettatore, ecco, quello è difficile.
Ma la “presa diretta” riservava altresì grande piacere: come non definire i personaggi di Varvara Petrovna (Maddalena Crippa) e di Stepàn (Elia Schilton) semplicemente fantastici? Io credo che quando un personaggio è in grado di ispirare nel fruitore il desiderio di essere come lui, allora quel personaggio è riuscito. La mia amica Giulia ha desiderato furiosamente essere come Varvara. Io come Stepàn: sì, è un personaggio ridicolo, anche meschino e stupido; ma profondo, doloroso, divertente e, grazie a Schilton, vero.
maddalena_crippa_elia_schilton_ph_tommaso_lepera-copia-1La storia si reggeva solo su questi due personaggi. Erano loro che la facevano, la agivano. Il regista stava in silenzio davanti agli eventi umani. Guardava, ordinava, lasciava che tutto si facesse da sé, che la storia si sviluppasse autonoma, senza interferire. Regia asciutta, d’altronde necessariamente viste le tante ore. Tranne in alcune scene, e anche lì: necessariamente. Soprattutto nel finale, lungo l’asse del climax ansiogeno e ascendente, Stein si è scatenato: masse, oggetti a volontà, geometrie variabili, piani che si intrecciano e si intersecano, rumore. Uno spettacolo, semplicemente, FAVOLOSO. Una storia ben raccontata, ben recitata, ben diretta. Tra l’altro molto attuale; Dovstoeskij narra una vicenda ambientata nel 1870. Sembra parli dell’Italia, dell’Europa, del mondo d’oggi. Di una attualità bruciante. Il dilagare del degrado morale; la follia e l’insostenibilità sociale crescente; la corruzione, il veleno che ammorba i giovani e istilla dottrine false e rovinose; i demoni, nostri, che altri ci hanno istigato contro, che ci porteranno alla rovina e, travolgendoci, spazzeranno via tutto il marciume, senza lasciare nulla di sano perché tutto è stato infettato.

Gesù infatti stava ordinando allo spirito immondo di uscire da quell’uomo.
Molte volte infatti s’era impossessato di lui; allora lo 
legavano con catene e lo custodivano in ceppi, ma egli spezzava i legami e veniva spinto dal demonio in luoghi deserti. Gesù gli domandò: «Qual è il tuo nome?». Rispose: «Legione», perché molti demòni erano entrati in lui. E lo supplicavano che non ordinasse loro di andarsene nell’abisso. Vi era là un numeroso branco di porci che pascolavano sul monte. Lo pregarono che concedesse loro di entrare nei porci; ed egli lo permise. I demòni uscirono dall’uomo ed entrarono nei porci e quel branco corse a gettarsi a precipizio dalla rupe nel lago e annegò. Quando videro ciò che era accaduto, i mandriani fuggirono e portarono la notizia nella città e nei villaggi. La gente uscì per vedere l’accaduto, arrivarono da Gesù e trovarono l’uomo dal quale erano usciti i demòni vestito e sano di mente, che sedeva ai piedi di Gesù; e furono presi da spavento.

f.a. scrisse

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