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Blog Opera alla Seconda
Una storia a puntate di: Francesco Affronti ed Emanuele Manno
 

          Mheee…ùùhhrq! – barrisce il bue all’improvviso. Cocchio ha un’illuminazione involontaria.

« Oh! meùrq! Che bel nome per te, amico mio: Meùrq »

          Mi piace! – dice al bue – Ti battezzo, Meùrq! – e gli strizza le corna.

Ma ha un’altra illuminazione improvvisa, che lo rende lugubre. È Meùrq che gli ha suggerito come chiamarlo, e lui ha eseguito. È quel miserabile che gli ha messo la pala in mano, e lui sta eseguendo, ecco Abdel sempre più vicino, che gli sorride. Cocchio suda, sente di stare per svenire: gli pare d’essere il pretesto d’un cattivo romanziere, un espediente usato grossolanamente: come un burattino è continuamente costretto a… Gli gira di nuovo la testa, vede le sue braccia legnose agitate da Kunza, coi fili di nylon tra le dita coperte, mentre tutto il Kagikìstan gli tira addosso palle di sterco e ride di lui per i suoi buffi movimenti bruschi. Ma ora ha una pala in mano, cosa deve fare? Non può ridarla al vecchio dal sorriso smagliante, sarebbe stupido. E non vuole fracassarla in testa ad Abdel.

          Padrone, tutto ok! Andiamo da Hakim il persiano, può darci una mano.

Ecco, si dice Cocchio mentre la scimmietta dentro la testa batte i piatti fragorosamente (lo sdentato gli fa un occhiolino di intesa ed è meglio che non sorrida altrimenti Cocchio sviene), adesso la scrivo io la mia storia – almeno la scriviamo in due, Meùrq e io. Guarda il bue, è fetido, ma quanto è bello! Lo sa, sta facendo una minchiata, ma si sa, la prima pagina è sempre un disastro:

          Padrone ma che fai?! – Cocchio s’è dato una randellata in testa da sé, cade sul lugubre vecchio che gli ha dato la pala, questi sbatte su un carro che passa e perde altri cinque denti.

Quando si sveglia è buio. Abdel gli fascia amorevolmente la testa e canta una nenia kagìka. Gli fa bere una minestra, parla della difficoltà che ha avuto a trovare quelle garze. Perché non gli domanda niente su quello che ha fatto? Forse non vuole affaticarlo.

          Dove siamo? – lamenta Cocchio.

          Siamo nella stalla della locanda di Mamma Umma. Non voleva dare stanze a “moribondi o morti di fame” e così…

Cocchio è sbracato sulla paglia. Dietro di lui Meùrq gli sbuffa un saluto puzzolente. C’è un tavolo di legno, fuori dalla stalla, davanti all’ingresso della locanda. Dei tizi giocano a lume di candela. È notte.

          Sono gli scacchi kagìki – dice Abdel – è una scacchiera a forma di croce greca, con cinque riquadri. Chi dei quattro giocatori conquista il riquadro centrale vince.

          Bello – fa Cocchio, incuriosito.

          Bello e pericoloso. È un gioco proibito. Una volta chi vinceva sottraeva tutti gli averi agli avversari. Da quando c’è la guerra a Jerchamet si gioca a documenti, visti e passaporti. Sono in pochi in Kagìkistan a potersi permettere dei documenti per andar via. Chi vince insomma può espatriare. – Abdel fa silenzio. Conta qualcosa con le dita. Poi riprende – Alì ti ha rubato i documenti e il passaporto. Dobbiamo far la conoscenza di quei quattro, che ne dici padrone?

Cocchio fa un lungo sospiro e si assopisce.

 

Continua prossimamente su… Flying Circus!

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