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“Un caso della vita può essere assurdo; un’opera d’arte, se è opera d’arte, no. Ne segue che tacciare d’assurdità e d’inverosimiglianza, in nome della vita, un’opera d’arte è balordaggine. In nome dell’arte, sì; in nome della vita, no.”

(Pirandello, Avvertenza sugli scrupoli della fantasia)

 

Vincenzo era un bel ragazzotto di sedici anni, un uomo. Insieme al padre dirigeva l’azienda di famiglia, e per conto suo aveva acquistato un appezzamento che teneva improduttivo, a suo capriccio, come si vantava di dire con gli amici in piazza, alla domenica. In realtà se lo covava in vista del suo matrimonio, come il posto migliore dove costruire la sua casa e passare definitivamente nel campo degli adulti. Le ragazze gli morivano dietro per via di quegli occhi neri come il carbone e scintillanti di malizia e simpatia. Aveva i capelli rossicci, come la barbetta, e le donne anziane quando lo vedevano passare, a metà tra lo scherzo e la superstizione gli dicevano ch’era un diavolo zuppiddu, e che doveva andare più spesso a messa. A onor del vero Vincenzo a messa ci andava regolarmente, ogni santa domenica, come sua madre gli aveva insegnato. Era un ragazzo a posto, anche se ci aveva i suoi vizi, com’è umano che sia. A volte andava con le donnacce, in alcuni posti di malaffare fuori dal paese, ma era sempre meglio che far la corte a donne maritate o troppo giovani. Alla fin dei conti, un buon partito.

In famiglia avevano deciso di accasarlo con una cugina, Marta, grande quanto lui e ancora bella. Chi sapeva ogni cosa in paese sussurrava che non era giusto né corretto nei confronti del Diavolo Zuppiddu, perché la Marta,  anche se aveva sempre fatto la volontà dei suoi genitori e non li aveva disonorati,  aveva la faccia sfrontata di quella che disonorerà il marito. Vincenzo, dicevano le malelingue, aveva bisogno di una donna umile, remissiva. Marta invece aveva studiato, si faceva mandare i vestiti da Palermo, e affettava un accento forestiero.

          Ecco, Don Vincenzo avrebbe bisogno di mia figlia! – Diceva la comare di turno.

Com’è come non è, il matrimonio si fece, pur con qualche scorno del padre di Marta. Egli aveva vissuto in America, e lì aveva saputo che i matrimoni fra consanguinei non facevano bene. Aveva provato a dirlo alla moglie, ma questa gli aveva detto:

          E che, cugini sono! Ci vuole la dispensa del Vescovo, e Padre Mariano ha detto che non c’è nessun problema …  Don Calogero! Che avete?! Non sono fratello e sorella!

          Avete ragione, ma in America mi dissero che i cugini dovrebbero evitare di maritarsi.

          In America, in America! Non esiste solo l’America Calì!

In realtà quello che rodeva a Don Calogero era vedere che i due giovani si piacevano. Certo, Vincenzo anche se era un diavolo zuppiddu era rispettosissimo, e fino al matrimonio non osò mai toccare con un dito la promessa. Ma i loro occhi impazzavano quando si incontravano, erano innamorati. Insomma, Don Calogero era geloso.

Marta era bellissima il giorno del suo matrimonio, e l’abito bianco le dava un tono dimesso e dolce che, dissero gli invitati, sarebbe durato soltanto fino a sera. Vincenzo era felicissimo, anche se un po’ confuso da tutta quella festa, e sotto sotto scontento di non poter portare a vivere sua moglie nel terreno che aveva acquistato. Non aveva potuto costruirci la casa che desiderava, c’era solo una baracca, per cui aveva preso una casa in piazza, bella, grande e solida. Ma non era quello che aveva sognato.  I due sposi andavano d’amore e d’accordo. Lui aveva trovato quello che rudemente in paese chiamavano sticchio e quasette di sita, ovvero bellezza e sostanziosa dote. Lei aveva un uomo spiritoso, grande, e col quale poter misurarsi senza paura di apparire disonesta. Anche lei in fondo era una diavola zuppidda, anche se i paesani non riuscivano ad assegnare anche a lei la simpatia che con quel nomignolo regalavano al maschio. Lei, anche se era una donna a posto con la coscienza, restava un po’ sfrontata, un po’ lingualunga. Marito e moglie si rassomigliavano dunque, e loro ne erano coscienti, cosa che forniva alla coppia una maggiore complicità e simpatia reciproca. Avevano un rapporto cameratesco, come fossero due compari. Ed anche in presenza d’altri non si spaventavano di esibire la loro amicizia un po’ goliardica. Una sera ad esempio, durante una festa, mentre Vincenzo giuocava a carte e beveva, Marta chiese ad un cognato se voleva ballare con lei. Glielo aveva chiesto puntando gli occhi sul marito, come a dirgli: “Vedete? Trascuratemi pure, sciocco che siete!”. Finita la danza Vincenzo le disse che se avesse giuocato a carte con lui e gli altri uomini (erano padri e nonni, nessun estraneo) e avesse vinto, lei avrebbe potuto assegnargli la penitenza che voleva. In caso contrario, lei avrebbe ballato con suo marito. Marta accettò la sfida con un’aria divertita che fece spaventare gli uomini, ma non Vincenzo. Giocarono. La donna ebbe una grande fortuna, o fu molto accorta, fatto sta che vinse. A quel punto si aspettava che lei decidesse la penitenza per il marito. Tutti immaginarono che Vincenzo le intimasse di smetterla e che il giuoco era durato troppo, ma lui fu fedele alla parola data e le chiese quale era il pegno. Era ben sicuro di sé, ed aveva ragione di esserlo: infatti la moglie gli chiese di concederle un ballo. Ballarono per il resto della serata.

Nove mesi dopo il matrimonio arrivò il primogenito, maschietto di quattro chili e mezzo che fu chiamato Giuseppe, come il nonno. Trascorsero altri nove mesi, e nacque Costanza. Poi fu la volta di Antonia, e dopo nove mesi ancora di Gaetano. Non appena nato Gaetano, Vincenzo ingravidò di nuovo la moglie.

          Marito mio, voi vi rendete conto che non si può continuare così.

          Così come?

          Quattro figli uno dopo l’altro! E sono di nuovo incinta!

          E allora? Non vi piacciono i figli?

          Mi piacciono, sono la mia vita, ma ho sempre il pancione, non posso muovermi e mi sento un forno!

          Moglie mia, ma che altro avete da fare voi donne?

          Marito caro, ma che razza di discorsi state facendo?

          Le donne sono come i sacchi: tanto si riempiono, quanto si svuotano.

          Don Vince’, i sacchi non provano dolore quando li svuotate.

          Ma nemmeno piacere quando si riempiono … – Disse lui con un sorriso furbetto.

          Il piacere non vale tutto il dolore che si prova a partorire. Voi maschi ve la ridete perché non partorite.

          Moglie mia – Fece Vincenzo con ironia – Credetemi, che se potessimo partorire, noi maschi, avremmo più tempra di voi donne, e vivremmo il parto come i cento altri lavori di forza a cui – noi -siamo abituati.

          Il nostro vale tutt’e cento i lavori di forza vostri, signore! – Rispose Marta offesa. Poi si calmò, ed escogitò un sistema per rivalersi di lui. – Ascoltatemi Vince’. Dimostratemi che voi sapete sopportare i dolori del parto come me, o più di me, come vi vantate. Se ci riuscite potrete mettermi incinta fino a quando la natura vorrà. Altrimenti non faremo più figli, dopo questo che verrà.

          E come potrei mai sopportare i dolori del parto?! Io sono un uomo!

          Voi fidatevi di me: al momento di sgravare mi porterete in campagna, in quella terra che avete comprato con le gocce del vostro sudore prima di sposarmi. Ci istalliamo un letto per me, e aspettiamo.

          Partorire in campagna? Ma voi siete pazza! E se succede qualcosa?

          E che deve succedere, ormai esperta sono!

          Continuate.

          Appena ho le doglie voi mi legherete una laccio nell’alluce, e l’altra estremità ve la annoderete attorno alla m..  Io vi giuro su Dio e su tutti i santi che non tirerò il piede per farvi male.

          Oh, ma questo io lo so. Sapete che vi dico? Accetto! Vi farò vedere che la m.. è più forte del vostro ventre. Io ci sto!

          Siete serio don Vince’?

          E quando mai v’ho turlupinato? – Fece lui con un certo orgoglio.

Trascorsero i nove mesi. Consultate le ostetriche e i dottori, qualche giorno prima del parto Marta fu issata in una carrozza, e insieme al marito si trasferirono in campagna. Il giorno dopo arrivò anche la madre di lei insieme ad un paio di serve, per apparecchiare il parto.

          Vincenzo  – Fece la zia per avvertirlo – Siete sicuro di voler fare quella follia che avete promesso a vostra moglie?

          Mamma, voi siete mia zia e non sapete se mantengo la parola?  

          Ah!, che diavolo zuppiddu!.. Allora se così dev’essere dovete chiedere a un vostro compare di essere presente durante il parto. – Marta arrossì come un papavero.

          Ma che dite mamma?! Voi mi chiedete di disonorare vostra figlia?! – Fece Vincenzo alterato.

          Vince’, mia figlia non si disonorerà, state tranquillo. Io lo dico per la vostra salute: io e le domestiche saremo impegnate con le ostetriche per fare venire alla luce la creatura, e nessuna di noi potrà badare a voi, lo capite?

          Ma ci mancherebbe…! Voi a mia moglie dovete pensare, e al bambino. Io se avrò qualche problema mi slaccio, punto e basta. Non ho bisogno di nessuno io. E poi è da vedere se perdo la scommessa!

          E lo vedremo! – disse Marta con uno spirito più tracotante del suo.

Due giorni dopo Marta cominciò ad avere le doglie. Si sistemò sul letto, mentre una corte di donne le si faceva intorno. Vincenzo prese una cordicella e la legò all’alluce della moglie, poi si mise dietro un paravento e legò l’altra estremità alla m.., come era stato convenuto.

Non resistette più di trenta secondi. La suocera dovette andarlo a salvare, anche perché le sue urla parevano quelle di uno che è stato schiacciato da una frana. Lo tirò fuori di lì mezzo morto, con gli occhi di fuori e più pallido di sua moglie. Tre ore dopo venne al mondo Benedetto, e tra i tre pareva quello meno malconcio anche se era tutto sporco di sangue. Vincenzo ansimava ancora come un mulo sventrato.

Marta non rimase più incinta. Suo maritò l’amò sempre, e nonostante tutto ingaggiò con la moglie altre scommesse. Benedetto non parlò mai, restò sempre poco sveglio. Il nonno quando si parlava di lui diceva:  “In America me l’avevano detto! Ma mai ad ascoltarmi, mai!”; ma le donne di famiglia preferivano credere che il piccolo fosse stato intronato, quand’era neonato, dalle urla del padre. Le comari in paese dicevano che “un bambino quando nasce può sopportare le grida della madre, ma pure quelle di suo padre è troppo”.

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