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Oggi passeggiavo per le strade del mio quartiere. In realtà stavo andando a comprare le sigarette. Ad ogni modo, ero in giro. Una volta tanto, di giorno. Ho incontrato una mia vicina di casa. Abita giusto sopra il mio appartamento, da dove martella giorno e notte o sposta di continuo i mobili. Recentemente ha scoperto l’uso dell’aspirapolvere, che accende sempre. Ma queste sono cose da qualsiasi condominio. Ciò che rende lei tanto diversa, è il fatto che, semplicemente, è pazza. Veste come una suora di clausura, dimentica chi sia, non fa il bagno ai figli. Urla a destra e a manca che è sola, ma quando qualcuno ha l’avventatezza d’andarla a trovare lo scaccia a pedate. Quando una notte un’autoambulanza venne a prendere un signore che stava male nel palazzo dirimpetto al nostro lei si stupì che non fossero venuti a prendere suo marito.

Poi c’è l’allegra famigliola che abita sotto casa mia. Tutto lì viene condiviso con tutti. Ciò che cucinano, ciò che pensano, i discorsi che fanno. Sono di pubblico dominio. Il tono delle loro voci è sempre alto, e a chi chiede loro la cortesia di non essere informati sui fatti loro, rispondono che gridare fa bene alla salute. Io so tutto di loro. Quando mangiano, quando litigano. Quando la figlia ha fatto sesso la prima volta, quando lo fa. Come han divorziato, quanti soldi sborsa il padre. Quante punture deve fare la nonna al giorno, le avventure sentimentali della donna di servizio. Le botte che riceve la donna di servizio. Una volta ho chiamato la polizia per rimediare. La polizia è venuta, con gran scandalo del quartiere. Li han minacciati di non maltrattare più la serva. Adesso la picchiano sottovoce: è l’unica cosa che fanno sottovoce.

Camminando passavo vicino ad una lavanderia. L’insegna recita, piuttosto seccamente: TINTORIA. Di Cannino Provvidenza. Cannino Provvidenza è la donna che lava e stira, tutto il giorno, da sola, in un’atmosfera da horror anni ‘80. Vapore, vetrate affumicate, occhi cerchiati di nero e spenti. Si racconta in giro che questa donna vivesse insieme al marito, la figlia e la madre di lei. Conosco sua figlia, forse siamo stati compagni al catechismo insieme, negli anni ‘90. Il marito non l’ho mai veduto, ma so che esiste. Erano vicini di casa di mia nonna, buonanima. Pare che il marito e la suocera litigassero di continuo. Finché un giorno, o meglio, una notte, una terribile sfuriata tra vecchia e genero finì nel silenzio più atroce. Non si vide mai più la suocera. Mai più. Raccontarono che andò a vivere altrove, ma nessuno vide traslochi. Nessuno ha mai più visto questa donna durante una festa, un compleanno, un’occasione qualunque. È sparita. Mia madre sussurra che l’abbiano uccisa. Perché non potrebbe essere possibile? Ed io, ogni volta che passo dalla lavanderia, guardo Provvidenza stirare e penso: assassina. Quando andavo al liceo, e passavo di lì per andare a prendere un amico che abitava giusto di fronte preferivo pensare, classicisticamente: matricida.

Questo mio amico abitava al penultimo piano di un grande palazzo dalle vetrate colorate come le chiese medievali. Al pianterreno c’è la bottega di un barbiere. Quando mio fratello ancora non aveva comprato la macchinetta per tagliare i capelli andavamo lì. Prima però era un salone, assai più ampio, e prendeva varii locali adesso adibiti a magazzini o garages. Il barbiere aveva velleità da coiffeur, e infatti io e il mio amico uscivamo di lì con le più stravaganti capigliature. Poi si indebitò, gioca ai cavalli, i debiti si accumularono uno sopra l’altro, e dovette svendere pure le forbici. Riaprì dopo qualche anno, in tono minore, nell’unico ambiente dove ancora sbarba e taglia capelli ai bambini coi pidocchi. Parabola discendente.

Questo palazzo, oltre ad avere i vetri dei balconi colorati, ha una caratteristica: è l’asilo politico di tutti gli ispanici che hanno a che fare con l’Università di Palermo. Invero, vi abitava una famosa professoressa di letteratura spagnola, tutt’ora viva e insegnante. Una baronessa. È andata a vivere altrove, ma ha lasciato il suo appartamento ad un’altra professoressa universitaria, che si occupa di letteratura sud-americana e veste come una zigana. Questa donna, per altro maleducata fino all’inverosimile (il mio amico incontrandola per le scale la salutava e lei fingeva di non vederlo), ha dato ricetto ad un professore cileno, tale Carlos, altrimenti conosciuto come quel buffone di Carlos. So che è così perché io stesso ho visto, all’università, nel dipartimento di lingua e letteratura spagnola, una lettera indirizzata a lui, presso l’abitazione della Professoressa M***. La cosa strana è che questa colonia spagnola in quel palazzo sia silenziosa. Nel senso che i condomini non lo sanno. Non lo sa nessuno nel quartiere. Lo so soltanto io e il mio amico.

Giusto prima del tabaccaio abita una mia coetanea con la madre, tale Marilia. Di origini africane. Lei comunque nata e cresciuta a Palermo. Siamo stati compagni di scuola all’elementare, e non ho mai ben capito come sia imparentata con i miei vicini che picchiano la serva. Italianissima. Mai avuti problemi di razzismo, o barbarie del genere. D’altronde stiamo a Palermo, città che offre all’assimilazione una realtà concreta. Premetto tutto questo per riferire del mio stupore periodico, allorché durante le partite dei Mondiali Marilia si affaccia violenta al balcone e grida ITALIA ITALIA VAFFANCULO. Tra l’altro sua madre s’è candidata alle provinciali con Forza Italia. Mah. Va’ a capire…

E con gente del genere attorno come faccio a non scrivere?

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